VAN DER POEL RE DELLE FIANDRE: IN 15 GIORNI MATHIEU HA RISCRITTO LE LEGGI DEL CICLISMO

VAN DER POEL RE DELLE FIANDRE: IN 15 GIORNI MATHIEU HA RISCRITTO LE LEGGI DEL CICLISMO

VAN DER POEL RE DELLE FIANDRE: IN 15 GIORNI MATHIEU HA RISCRITTO LE LEGGI DEL CICLISMO

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Due mesi e mezzo fa era sul letto di una clinica di Herentals, senza sapere quando sarebbe potuto tornare in sella e quanto avrebbe dovuto pazientare prima di tornare ad essere il fenomeno che il mondo aveva ammirato negli anni precedenti. Perché l’inverno di Mathieu van der Poel era già stato piuttosto complicato: la stagione di ciclocross non gli aveva riservato le stesse gioie delle stagioni passate, con la schiena che continuava a martoriarlo prima ancora che ci si mettesse di mezzo pure il ginocchio. Che non faceva male, ma necessitava di attenzioni ad hoc a causa dei postumi di una caduta capitata sul finire della stagione, tale da provocare una piccola lesione nella capsula della rotula che aveva prodotto un tessuto cicatriziale in cui filo indurito andava a sfregare contro l’osso.

Di base l’idea era di sfruttare quel tempo di riposo forzato per mettere a posto sia il ginocchio che soprattutto la schiena, ma senza poter fare troppi programmi a lunga scadenza. Avrebbe cercato di capire come venirne fuori giorno dopo giorno, senza mettersi troppa fretta addosso e lontano da occhi indiscreti. Da qui però a pensare di poter centrare tre vittorie nell’arco di un paio di settimane dalla data di rientro, certamente ce ne passava. Ma di fronte a certi fuoriclasse c’è solo da togliersi il cappello. E Mathieu rientra in una schiera di pochi eletti ai quali riescono cose che i comuni mortali possono solo sognare.

LA TATTICA PERFETTA E LA RESISTENZA SUL PATERBERG

L’astuzia, l’ingegno, la pazienza, la lungimiranza e le gambe (soprattutto) con le quali ha stroncato la resistenza di Tadej Pogacar in un ultimo chilometro del Giro delle Fiandre che sarebbe tanto piaciuto a Sergio Leone, quasi fosse una scena western trasportata dallo schermo alla strada, lo hanno consacrato agli occhi della platea più vasta che esiste al mondo.

Van der Poel era il favorito della Ronde, ma le incognite erano tante: la prima gara corsa in stagione era distante appena 15 giorni (terzo posto alla Milano-Sanremo, giusto per scaldare il motore…), anche se poi c’erano state la scampagnata alla Settimana Coppi e Bartali, con tanto di vittoria da finisseur a Montecatini, e pure il warm up vittorioso alla Doors van Vlaanderen, la corsa che anticipa di qualche giorno la gara più sacra del programma belga. Ma 273 chilometri nelle gambe si sentono, specie con temperature un po’ al di sotto rispetto alla media stagionale (48 ore prima della gara, i muri vicino a Oudenaarde erano imbiancati come di solito lo sono a dicembre o gennaio…).

E soprattutto gli scatti di Pogacar sul Paterberg (360 metri di pavé al 12% di media, con punte del 20%) avrebbero potuto tramortire anche il più resiliente dei naviganti. MVDP s’è difeso con le unghie e con i denti, s’è ricordato cosa lo avrebbe aspettato nel finale, lui che una Ronde l’aveva già vinta nel 2020 e persa in volata nel 2021. Ha tenuto botta, ha fatto un mezzo miracolo nel restare sulle ruote dello sloveno, quindi nell’ultimo chilometro ha vinto di testa, prima ancora che di gambe. Che pure hanno contato e parecchio, perché altrimenti resistere alla rimonta di van Baarle e Madouas non sarebbe stato possibile nemmeno per uno del suo rango.

FIGLIO E NIPOTE D’ARTE, CON UN SOGNO CHIAMATO MAGLIA ROSA

In quattro partecipazioni al Fiandre, van der Poel ha raccolto due primi, un secondo e un quarto posto. Ma ha detto chiaramente di non essere ancora sazio: nel prossimo fine settimana c’è la gara di casa, l’Amstel Gold Race, eccezionalmente anticipata di 7 giorni rispetto alla Parigi-Roubaix (causa elezioni presidenziali francesi del 10 aprile), corsa che l’uomo di punta dell’Alpecin-Fenix ha già vinto nel 2019. Ma è chiaro che l’obiettivo principale del mese di aprile diventa ora la Roubaix, soltanto sfiorata lo scorso ottobre quando nel velodromo fu costretto a cedere alla volata imperiale di Sonny Colbrelli, nonostante i favori del pronostico ricadessero tutti dalla sua parte. Una lezione che, per quanto visto al Fiandre, Mathieu sembra aver imparato a menadito, evitando di commettere gli errori commessi 6 mesi fa.

Una doppietta Fiandre-Roubaix lo lancerebbe una volta di più nella storia, e dire che di storia la sua famiglia ne avrebbe già molta da raccontare: il papà Adrie nel 1986 vinse il Fiandre e due anni dopo mise in bacheca anche una Liegi. Il nonno, Raymond Poulidour, conquistò 8 volte il podio al Tour de France negli anni ’60 pur senza mai vestire la maglia gialla, vincendo però una Sanremo e una Vuelta. Sangue nobile del pedale, ma Mathieu ha uno stile e un modo tutto suo di agguantare trionfi e a 27 anni ha già messo in bacheca molte più corse di un giorno di tutti i suoi predecessori in famiglia.

Quanto fatto nelle ultime due settimane era difficile da pronosticare anche per chi sapeva quanto talento ci fosse in quel lungagnone di Kapellen, cittadina che si trova nelle Fiandre, anche se lui è olandese in tutto e per tutto e ai belgi qualche delusione di tanto in tanto l’ha data. Certo, se la battaglia con Pogacar è stata epica, ci fosse stato anche van Aert lo sarebbe stata ancor di più. Un duello che potrebbe già rivedersi sulle strade dell’Amstel, altrimenti rimandato solo di una settimana sul pavé della Roubaix. Nel frattempo MVDP si gode la ritrovata ribalta, senza farsi mancare nulla a tavola (la sua dieta non è mai stata tanto stringente… e l’immagine di lui che mangia un hamburger alla fine della diretta sulla tv belga post Fiandre ha già fatto il giro del mondo) e programmando già una ronda al Giro d’Italia, dove punta a vestire qualche giorno la maglia rosa. E poi al Tour, come sempre nel nome del nonno.

(Credits: Getty Images)

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