PARIGI-ROUBAIX: FASCINO FUORI DAL TEMPO, GARA INTRISA DI PASSIONE E LEGGENDA

PARIGI-ROUBAIX: FASCINO FUORI DAL TEMPO, GARA INTRISA DI PASSIONE E LEGGENDA

PARIGI-ROUBAIX: FASCINO FUORI DAL TEMPO, GARA INTRISA DI PASSIONE E LEGGENDA

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Non c’è gara al mondo che superi la Roubaix nell’essere unica e iconica agli occhi della gente. Forse perché è una gara fuori dal mondo, figlia di un’epoca che si perde nella notte dei tempi, quella dei pionieri che non sapevano se sarebbero tornati a casa alla sera una volta messo il piede fuori da casa al mattino.

Una corsa folle e al tempo stesso disarmante per quella semplicità figlia della vita di tutti i giorni della fine del 19esimo secolo, quando le bici popolavano i borghi e i villaggi del Nord della Francia o del Belgio e le strade sconnesse contribuirono ad alimentare il mito del pedale, divenuto oggi parte integrante del costume di quei popoli.

La Roubaix, che per 60 anni è partita da Parigi ma che s’è dovuto “spostare” alla metà degli anni ’60 dalla sua sede originale per andare a caccia di tratti di pavé degni della sua storia, è forse la gara più desiderata da ogni corridore. Di sicuro è quella che offre a chi la vince la gloria eterna: chiedetelo a Sonny Colbrelli, quest’anno costretto a casa per via di un problema cardiaco che potrebbe avergli stroncato definitivamente la carriera, ma che sul trionfo ottenuto lo scorso 3 ottobre ha costruito e costruirà un’intera esistenza fatta di aneddoti, ricordi, persino leggende legate a quella giornata trionfale, peraltro così inconsueta pensando alla sua collocazione temporale al di fuori del mese di aprile.

Perché la Roubaix fa scorrere le lancette dell’orologio come pochi altri eventi sportivi sanno fare: si corre sempre nella seconda domenica di aprile, meno che da tre anni a questa parte, complice la pandemia che ha portato ad annullare l’edizione 2020 e a spostare quella 2021 in autunno. Quest’anno invece lo slittamento di una settimana è dovuto al fatto che domenica scorsa in Francia si tenevano le elezioni presidenziali, e per questo s’è pensato di fare inversione di domeniche anticipando di una settimana l’Amstel Gold Race. Ma sul fascino e tutto il resto non saranno certo 7 giorni di più a cambiare le cose.

FANGO O POLVERE, NON È MAI UNA BUONA SCELTA

Unica, iconica, tremenda, infernale. Appunto, “l’inferno del Nord”. Anche se tale definizione non è legata alla difficoltà della corsa, come pure tutti pensano: al termine della Prima Guerra Mondiale, vedendo la distruzione generata dal conflitto bellico, qualcuno arrivò a sostenere che disputare di nuovo una gara in mezzo a tutte quelle macerie equivalesse a correre in un vero e proprio “inferno”.

Per i corridori, però, anche a distanza di un secolo c’è poco da stare allegri: la durezza della Roubaix è qualcosa che si fa fatica a descrivere, ma è ben evidenziata dal fango che ricopre il volto degli atleti come in nessun’altra competizione su strada. Colbrelli lo scorso anno arrivò completamente ricoperto dal capo fino ai piedi, con la maglia bianca di campione europeo che si poteva scorgere solo sulla schiena, dato che davanti al bianco s’era sostituto il marrone.

Quest’anno però le cose dovrebbero andare meglio: il meteo mette sole e una temperatura decisamente primaverile, pertanto allora occhio alla polvere, fastidiosa si ma magari un po’ più tollerabile rispetto al freddo e al fango dell’ultima edizione.

IL FEUDO BELGA NEL NORD DELLA FRANCIA

L’albo d’oro della Roubaix è un condensato di storia, tradizione e leggende applicate al ciclismo. Roger De Vlaeminck e Tom Boonen sono i plurivincitori con 4 successi a testa, almeno un altro paio ciascuno sfiorati a un passo dalla gloria. Entrambi belgi, e la cosa sta un po’ sulle scatole ai francesi (non sono solo gli italiani a fargliele girare), ma in fondo il Belgio è una nazione da sempre a vocazione ciclistica, dove le strade in pavé ancora oggi in alcune zone sono la regola e dove la modernizzazione (dicesi asfalto) ha attecchito meno rispetto al Nord della Francia.

Che come miglior specialista della gara annovera tale Octave Lapize, vincitore per tre anni di seguito dal 1909 al 1911. E che non vince dal 1997, anno di grazia di Frederic Guesdon, una delle tante meteore spuntate fuori dai ciottoli disseminati nei 30 e passa settori di gara, che variano ogni anno in base alla scelta del percorso.

L’Italia non se la passa malissimo: ha vinto la corsa 14 volte, l’ultima appunto lo scorso ottobre con Colbrelli, ma la storia l’hanno fatta soprattutto Francesco Moser, vincitore di tre edizioni di fila dal 1978 (in maglia iridata) al 1980 (in maglia tricolore), Franco Ballerini, capace di imporsi nel 1995 e nel 1998 nel pieno dell’epopea Mapei, così come Andrea Tafi nel 1999.

Prima ancora, indimenticabili i trionfi di Felice Gimondi nel 1996 e di Fausto Coppi nel 1950, giusto un anno dopo l’acuto del fratello Serse al quale venne assegnata la vittoria ex aqueo con il francese Mahè, perché nessuno seppe individuare un vincitore nello sprint finale. Antonio Bevilacqua nel 1951, Jules Rossi nel 1937 e Maurice Garin nel 1897 e 1898 gli altri ciclisti azzurri capaci di portarsi via la prestigiosa pietra destinata al vincitore. Anzi no, a loro tale onore non toccò affatto, perché il premio è stato istituito solo nel 1980 dopo che Moser, al terzo hurrà consecutivo, si lamentò dell’orrenda medaglia consegnata al vincitore, ispirando l’adozione di un trofeo come non ce n’è nessun altro al mondo.

LE ORIGINI E QUEL VIAGGIO PIENO DI PIOGGIA E FANGO

Chi ebbe però l’idea di fare della Parigi-Roubaix una corsa su strada? Tale intuizione si deve a Theodore Vienne e Maurice Perez, due filatori di Roubaix che nel 1895 decisero di costruire un velodromo in paese, cavalcando la crescente onda di popolarità del ciclismo che annoverava già corse particolarmente seguite come la Brest-Parigi-Brest e la Bordeaux-Parigi.

Una volta completati i lavori, pensarono bene di garantire un po’ di fama alla loro creatura organizzando una competizione che avrebbe dovuto concludersi proprio all’interno del velodromo, trovando dal capo redattore di “Le Velo” Louis Minart il suo appoggio per promuoverla sulla propria rivista.

La quale divenne anche l’ente organizzatore, affidando ogni aspetto logistico e organizzativo a Victor Breyer. Che inizialmente si spostò da Parigi a Roubaix con una vettura dell’epoca, concludendo poi il tragitto in bicicletta in mezzo a strade lastricate di pavé e sotto un freddo pungente e una pioggia tagliente.

Arrivato a destinazione pensò di dissuadere Minart dall’idea di procedere con quel “piano diabolico” di organizzare una simile corsa, ma dopo essersi rifocillato tornò sui suoi passi, anzi pensando alle gesta eroiche di alcuni atleti che avrebbe potuto ispirare. Il mito della Roubaix nacque quel giorno, incontrando qualche resistenza nel fatto che la seconda edizione si sarebbe svolta il giorno di Pasqua, generando malcontento nella comunità ecclesiastica.

Oggi la convivenza con la data sacra ai cristiani non è più un problema, anzi quando cade in tale giorno (come quest’anno) la sensazione è che anche la festa religiosa venga ulteriormente “santificata”, data l’attesa per l’evento. Il primo a vincere la corsa fu il tedesco Josef Fischer, che batté il favorito numero uno, l’italo-francese Maurice Garin.

MANUALE SU COME RESISTERE ALLA MODERNITÀ

Se per decenni la Roubaix è stata fondamentale una prerogativa dei transalpini, dopo la Prima Guerra Mondiale le cose sono andate rapidamente cambiando, con tanti corridori provenienti da ogni parte d’Europa, richiamati dal fascino e dall’aurea di leggenda che già all’epoca avvolgeva la corsa. Che dovette traslocare all’arrivo per due decenni dal velodromo, danneggiando dai bombardamenti e tornato protagonista a partire dagli anni ‘40.

Ma più delle due guerre mondiali, a minare le certezze della competizione contribuì la modernizzazione delle strade francesi, che gradualmente andavano a sostituire ciottoli e pietre con l’asfalto. Così facendo la gara cominciò a perdere imprevedibilità, oltre che una caratteristica fondante rappresentata appunto dal pavé. L’organizzazione così decise di istituire un’associazione denominata “Gli Amici della Parigi-Roubaix” con lo scopo di andare a ricercare quante più strade lastricate, anche a costo di deviare il percorso originale.

Parigi così salutò la corsa, rimasta però nel nome: Chantilly prima e Compiegne poi divennero sede di partenza, distanti una sessantina di chilometri dalla capitale, ma così facendo si riuscì a ripristinare molti settori che altrimenti non avrebbero più offerto alla corsa l’unicità di cui si faceva portatrice. Venne scoperto anche il tratto della Foresta di Arenberg, che con il Carrefour de l’Arbre rappresentano due punti cruciali per i destini della corsa. E più passavano gli anni, più la gara assumeva le sembianze di una splendida sfida che affondava le radici nella storia più profonda di questa disciplina. Una corsa fuori dal tempo, desiderata e bramata anche per questo.

ODI ET AMO, IL MANIFESTO DELL’INFERNO DEL NORD

Questa corsa è una str……

Bernard Hinault aveva appena vinto la sua prima (e unica) Roubaix in carriera e in eurovisione stava annunciando che non sarebbe mai più tornato a correre su quelle strade. Aveva fatto una fatica immane, ben diversa da quella di tutti gli altri giorni di competizione. L’aveva vinta, si, ma quel successo gli garantì una sorta di libertà legata al fatto che non l’avrebbe più dovuta rifare, e si sentiva sollevato.

Aveva battuto in volata Moser (che aveva vinto le tre edizioni precedenti) e De Vlaeminck, a caccia del quinto trionfo, ma non gliene importava niente. Voleva solo liberarsi dell’incubo dei ciottoli che devastano le mani, i polsi e le braccia, oltre che il fondoschiena, complici tutte le vibrazioni che a fatica i mezzi riuscivano ad ammortizzare. Per qualcuno effettivamente è un incubo, per altri una sorta di “piacevole dondolio”.

Perché ci sono corridori che sono nati per la Roubaix e che quasi detestano tutte le altre gare: sono pochi, ma sono eroi agli occhi della gente. Vale per Ballerini, per Museeuw, per Van Looy, per Tafi, per Cancellara e via dicendo. Potessero correrla una a settimana, non si tirerebbero certo indietro. E anche dovessero farsi male, non esisterebbero a tornare. Theo de Rooy, ciclista olandese degli anni ’80, spiegò perfettamente quella sensazione di amore e odio con la Roubaix:

Questa corsa è una caz…., lavori tutto il tempo come un animale, non puoi nemmeno fermarti a pisciare e ti ritrovi tutto bagnato, spesso pedali nel fango,  cadi e ti fai male. È veramente una mer… 

Ma la correresti di nuovo?

Certamente, perché è la gara più bella del mondo.

(Credits: Getty Images)

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