ANDREA FORTUNATO, DOPO 27 ANNI IL SUO RICORDO È ANCORA VIVO

ANDREA FORTUNATO, DOPO 27 ANNI IL SUO RICORDO È ANCORA VIVO

ANDREA FORTUNATO, DOPO 27 ANNI IL SUO RICORDO È ANCORA VIVO

173
0

La nazionale di Arrigo Sacchi è appena atterrata a Vilnius, in Lituania, dove 24 ore dopo affronterà l’ostica formazione di casa in una gara fondamentale nella rincorsa a un posto a Euro 1996. La sconfitta contro la Croazia di qualche mese prima (1-2 a Palermo) ha complicato i piani degli Azzurri, obbligati a centrare la terza vittoria di fila per tenersi alla larga dai guai. Ma appena scesi dalla scaletta dell’aereo, il cielo sopra Vilnius di colpo si fa cupo come nei giorni più brutti e nefasti.

Non c’è ancora il web, i cellulari sono un lusso per pochi, ma certe notizie corrono maledettamente veloci e impiegano un attimo a trafiggere il cuore. La comitiva italiana, della quale fanno parte anche gli juventini Antonio Conte, Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, scopre suo malgrado una notizia tremenda che lascia tutti senza fiato e parole: in un reparto specialistico all’interno dell’ospedale “Raffaello Silvestrini” di Perugia è appena deceduto il loro compagno di squadra Andrea Fortunato, che da un anno ormai stava lottando contro una forma di leucemia linfoide acuta.

Proprio quando però il peggio sembrava passato, con le cure sperimentali alle quali venne sottoposto il giovane laterale mancino che parevano dare i risultati sperati, una fugace forma di polmonite strappò all’effetto dei suoi cari, dei compagni e di tutto il mondo del calcio italiano uno dei giocatori più promettenti di quel primo scorcio di anni ’90. Un lutto terribile per la Juventus, ma anche per la nazionale della quale Fortunato aveva fatto parte in tre occasioni durante la gestione Sacchi, che lo fece esordire nella gara di qualificazione al mondiale del 1994 disputata in Estonia, a Tallin, il 22 settembre del 1993.

A VILNIUS E SALERNO, CUORI SPEZZATI E TANTO DOLORE

Di tutte le gare disputate nel quinquennio del “profeta di Fusignano” sulla panchina azzurra, quella resta forse la più complicata e al tempo stesso difficile che la sua Italia abbia mai affrontato. Perché non c’era voglia di scendere in campo, né di pensare a dare calci a un pallone. Il primo a scoppiare in lacrime nel ritiro della nazionale fu Fabrizio Ravanelli, che essendo originario di Perugia concesse la sua abitazione alla famiglia di Andrea nei mesi di cure e di degenza passati nel capoluogo umbro.

Lui ormai si sentiva uno di famiglia, e l’idea che in poche ore tutto l’ottimismo generato dai controlli effettuati nelle settimane precedenti fosse stato spazzato via in modo così brutale gli provocò uno shock dal quale avrebbe faticato a riprendersi in tempi brevi. Ravanelli e Baggio quel giorno non scenderanno in campo, Conte si ma appena per 22’, sostituito da Dino Baggio, coetaneo di Fortunato nonché suo compagno alla Juve nella stagione 1993-94, prima di trasferirsi al Parma.

La nazionale gioca una partita sottotono, vincendo di misura grazie a una punizione da posizione defilata calciata da Zola in avvio e sulla quale nessuno riesce a intervenire, ingannando il portiere lituano che vede sfilare la palla sul palo lontano. Al resto pensa Pagliuca, decisivo in almeno un paio di occasioni a conservare il prezioso vantaggio. Ma il risultato passa in fretta in secondo piano, anche perché quel giorno nel Duomo di Salerno 5.000 persone accolgono la bara che porta fin sotto l’altare il corpo del giovane Andrea. E tra coloro che vogliono omaggiarlo un’ultima volta ci sono Sergio Porrini, colui che di fatto ne ha ereditato la maglia numero 3 sulle spalle in quella stagione, e il capitano della Juventus Gianluca Vialli, che con la voce rotta a più riprese dall’emozione rivolge un pensiero carico di suggestioni:

Ti credevamo invincibile. In questi undici mesi sei stato un esempio per noi, per come hai saputo affrontare problemi veri, non quelli legati a semplici vittorie o sconfitte, con coraggio e serenità, forza e determinazione. Ti abbiamo voluto bene, ti portiamo nel cuore. Onore a te, fratello Andrea Fortunato.

Vialli, che oggi lotta a sua volta contro una brutta malattia, ha recentemente ammesso di sentire Andrea vicino a sé, come se fosse davvero il suo angelo custode.

L’ASCESA DEL GIOVANE ANDREA, CALCIATORE E STUDENTE

In un’epoca in cui la maglia numero 3 era sinonimo di forza, tecnica e grandi qualità atletiche, emblema di un tipo di giocatore di cui ancora oggi s’avverte spesso la mancanza (il classico terzino fluidificante), Andrea Fortunato era davvero uno dei talenti in rampa di lancio del calcio italiano.

Certo, Maldini e Benarrivo in quegli anni interpretavano mirabilmente il ruolo, ma il laterale campano, nato a Salerno e cresciuto calcisticamente nelle giovanili del Como, rappresentava quanto di meglio potesse esserci nel mare magnum dei floridi vivai italiani. Nonostante la sua famiglia non vedesse proprio di buon occhio la sua passione per il calcio, decise comunque di lasciarlo partire appena 14enne per la Lombardia, con la promessa di proseguire gli studi mentre provava a diventare un calciatore professionista.

In maglia lariana Fortunato cominciò a farsi notare alla fine degli anni ’80, quando dopo la retrocessione del club in Serie C divenne titolare nella stagione 1990-91 che vide il Como mancare il ritorno in B nello spareggio di Cesena, perso contro il Venezia. Ma l’estate successiva il Genoa decise di puntare a occhi chiusi sul giovane laterale mancino, nato come centrocampista alto ma poi specializzatosi nel ruolo di terzino fluidificante, prendendo a modello nientemeno che Paolo Maldini. In rossoblù l’ambientamento non fu facile: quell’anno il Grifone fece faville in Europa, raggiungendo la semifinale di Coppa UEFA sotto la guida di Osvaldo Bagnoli, che a novembre pensò bene di mandare Fortunato al Pisa a farsi le ossa e a maturare ulteriormente, dato che a sinistra era comunque chiuso dal brasiliano Branco. Sarebbe tornato sotto la Lanterna l’estate successiva, e a quel punto le cose avrebbero preso tutta un’altra piega.

LA CONSACRAZIONE AL GENOA, LA CHIAMATA DEL TRAP

Perché la stagione 1992-93 è quella della consacrazione per Andrea, nonostante il Genoa faccia fatica a salvarsi (fu proprio un gol del difensore, segnato al Milan nell’ultima giornata, a regalare la salvezza ai rossoblù) e debba assistere a ben tre cambi di panchina. Fortunato però è uno dei migliori per rendimento assieme a Christian Panucci, e non a caso a fine stagione a entrambi si aprono le porte dei grandi club: Andrea va alla Juventus, designato come “l’erede di Cabrini” (paragone che gli creerà invero più di un grattacapo), Panucci al Milan.

A Torino trova subito un grosso estimatore in Giovanni Trapattoni, che Cabrini lo conosceva bene e che lo prende sotto la sua ala. A settembre Fortunato esordisce anche in nazionale e fino a marzo è tra i giocatori più utilizzati e con un rendimento più elevato di tutta la rosa bianconera. Ma a primavera le cose cominciano a prendere una brutta piega: in campo il terzino appare sempre più stanco e fuori condizione e l’eliminazione in Coppa UEFA per mano del Cagliari alza i toni della protesta nell’ambiente juventino, con la curva che si scaglia tra gli altri proprio contro il giovane terzino campano.

Lo accusano di fare una “bella vita” fuori dal campo, di non essere professionale e di non sudare per la maglia. Va in scena pure uno scontro fisico con lancio di uova e qualche spintone, al quale Andrea tenta di reagire, salvo poi dirigersi verso il pullman in lacrime. Ma lo staff medico comincia a dubitare che i motivi di quel calo di rendimento siano dovuti a brutte abitudini fuori dal campo: il giocatore è spesso febbricitante, non riesce a recuperare bene dagli sforzi e dopo che a maggio chiede di essere sostituito a metà allenamento, nel corso di un test amichevole contro i dilettanti del Tortona, è il dottor Agricola in persona a portarlo all’ospedale “Molinette” di Torino per sottoporlo ad accertamenti approfonditi.

Il cui esito è tremendo: leucemia linfoide acuta. Adesso tutto ha un senso: la stanchezza, la fatica, la febbre, la mancanza di recupero fisico tra una seduta e l’altra. Gli ultras si scusano e anzi diventano i primi sostenitori nella lotta al male. Una lotta infida, perché si capisce subito che non sarà una battaglia facile da vincere.

LA MALATTIA, DALL’OTTIMISMO ALLA DOCCIA GELATA

Non ci sono donatori di midollo osseo compatibili, e allora l’equipe che prende in cura Fortunato tenta una via differente: decide di “ripulire” delle cellule sane opportunamente prese dalla sorella e dal padre per provare a trapiantarle, sperando che possano contribuire a sostituire le cellule malate. Con quelle della sorella non va bene, ma quelle del padre vengono accolte dal sistema immunitario di Andrea, che dopo tre mesi di degenza può addirittura cominciare la fase di riabilitazione.

Il mondo del calcio, non solo quello di fede juventina, lotta tutto dalla sua parte: l’ottimismo cresce col passare dei giorni, anche perché la reazione immunitaria è positiva e addirittura a inizio 1995 il Perugia, formazione che milita in B, accoglie il giocatore in modo tale da consentirgli di allenarsi vicino al centro dove prosegue le cure. Nulla lascia presagire un repentino peggioramento, ma a metà aprile arriva una fastidiosa polmonite a scombinare i piani: le difese immunitarie crollano all’istante, il quadro clinico peggiora progressivamente e il 25 aprile, a tre mesi da quando avrebbe dovuto compiere 24 anni, Andrea Fortunato muore lasciando sgomente milioni di persone.

La nazionale a Vilnius gioca col lutto al braccio, ma con un dolore immenso nel cuore. La Juve, che lo aveva inserito comunque in rosa, gli offrirà in dono la conquista dello scudetto, il primo e unico della breve carriera del terzino campano. E anche il Parma, che batterà proprio la Juve nella finale di Coppa UEFA di quella stagione, dedicherà il successo al giovane avversario, scomparso poche settimane prima.

Il ricordo di Fortunato è ancora oggi forte all’interno della comunità juventina, ma anche del mondo del calcio. Dal 2009 è stato istituito un premio nazionale alla sua memoria, assegnato a personalità legate al mondo della medicina, del giornalismo e del management calcistico (dirigenti e allenatori). E a Perugia, nel centro che lo ha ospitato nei mesi della malattia, il Comitato per la Vita “Daniele Chianelli” gli ha dedicato un’ala del reparto che oggi ospita persone affette dallo stesso problema di Andrea. Un ragazzo che a 23 anni aveva tutto, ma al quale la vita ha preteso un prezzo altissimo senza chiedere il permesso.

(Credits: Getty Images)

(173)

Redazione Redazione SNAI Sportnews che tratta tutti gli sport, con le quote, presenti sul sito snai.it... VAI ALLA PAGINA AUTORE