ANDY FLETCHER E IL CHELSEA: IL TASTIERISTA DEI DEPECHE MODE E L’AMORE PER I BLUES

ANDY FLETCHER E IL CHELSEA: IL TASTIERISTA DEI DEPECHE MODE E L’AMORE PER I BLUES

ANDY FLETCHER E IL CHELSEA: IL TASTIERISTA DEI DEPECHE MODE E L’AMORE PER I BLUES

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Andy Fletcher loved Chelsea. Anzi, Andy loved football. Magari non quanto la musica, quella che è stata da sempre una passione e che nel tempo è diventata una sorta di vocazione, lui che con i Depeche Mode ha rivoluzionato in buona misura una parte della musica britannica fino a giungere un paio d’anni fa nella Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland.

Un riconoscimento che ne testimonia la grandezza raggiunta nel corso di una carriera che ha infiammato stadi e arene, ma che non racconta tutto di ciò che il personaggio Fletcher riusciva ad essere una volta smessi i panni del tastierista.

Perché i successi in classifica resteranno tali per sempre, così come la netta sensazione di aver rivoluzionato il modo di fare musica a certi livelli. Poi però nella sua vita c’era dell’altro, ad esempio il calcio. Un po’ un vezzo di tutti i musicisti d’Oltremanica (avete presente i Gallagher che hanno festeggiato nei giorni scorsi il titolo vinto dal Manchester City?), ma che nel caso di Andy riassumeva un po’ il suo modo di essere spesso agli antipodi rispetto alle masse.

QUANDO TIFARE CHELSEA ERA UNA VERA E PROPRIA SFIDA

Fletcher, classe 1961, sin da bambino scelse di tifare una precisa squadra di calcio. Avrebbe potuto attingere a un mare di squadre vincenti, lui preferì puntare su una formazione che se la batteva, ma non è che fosse tutta questa forza della natura. Gli anni ’60 e 70’ in fondo hanno rappresentato l’apogeo del ciclo del Manchester United di George Best e del Liverpool di Bill Shankly, con in coda l’avvento del Leeds United di Don Revie prima dell’incredibile scalata dalla seconda divisione fino al tetto d’Europa del Nottingham Forest di Brian Clough.

E Fletcher curiosamente erano nato a Nottingham, ma la visse troppo poco per innamorarsi delle due squadre cittadine (oltre al Forest c’è anche il Notts County: i due stadi sono divisi dal fiume Trent). Quando si trasferì a Basildon, una città distante circa 40 chilometri da Londra, venne ben presto rapito dal fascino della capitale, dove pensò bene di legarsi a vita con il Chelsea, la squadra all’epoca meno nobile della più grande città britannica, almeno se paragonata a Tottenham o Arsenal.

Non c’era ancora Abramovich a immettere fiumi di denaro nelle casse, solo una tifoseria passionale e armata di buona pazienza, costretta ad accontentarsi di qualche coppa vinta in qua e in là e di vedere le rivali del Nord darsi battaglia per le posizioni di alta classifica. A cavallo tra i ’70 e gli ’80, poi, il pane quotidiano dei Blues era la seconda divisione. Insomma, fasti di un tempo lontani e tanti bocconi amari.

Proprio mentre Andy assieme a Vince Clarke prima e a Martin Gore e Dave Gahan poi metteva su un gruppo rivoluzionario per quella che era la maniera di fare musica nel Regno Unito, sparigliando le carte e aprendo tutta una nuova frontiera. Erano appena nati i Depeche Mode (era il 1981), ma il calcio riempiva ancora molti dei pensieri di Fletcher.

LE DECADI D’ORO, IL SOLLIEVO NELL’ULTIMO GIORNO

Il quale avrebbe lentamente scoperto che la scelta di legarsi al Chelsea in un determinato momento della sua esistenza l’avrebbe ripagato. Il club negli anni’90 avrebbe cominciato una sorta di scalata verso il gotha del calcio inglese che l’avrebbe portato a conquistare trofei in patria e soprattutto in ambito continentale, con la Coppa delle Coppe 1997-98 vinta grazie a un eurogol di Gianfranco Zola.

L’escalation dei Blues sarebbe stata inesorabile e avrebbe trovato la definitiva realizzazione nel 2004, quando il magnate russo Roman Abramovich decise di prenderne la maggioranza societaria dopo aver sorvolato in aereo lo stadio di Stamford Bridge (se ne innamorò all’istante e decise di acquistare il club: bella vita, quella degli oligarchi di un tempo…).

Fletcher così divenne sempre più un uomo copertina legato al Chelsea, anche perché l’accoppiata tifoso di calcio-musica in Inghilterra è sempre andata per la maggiore. La sua presenza assidua allo stadio ne ha fatto per anni un simbolo riconosciuto dalla tifoseria, e col tempo alcune curve dei club più importanti del calcio britannico avrebbero preso spunto dai testi delle canzoni dei Depeche Mode per creare alcuni cori da stadio. I più famosi, manco a dirlo, sono quelli del Celtic e del Liverpool sulle note di “Just Can’t Get Enough”, che lo stesso Fletcher ammise pubblicamente di aver molto ammirato per l’originalità e la grande cura messa in campo dai tifosi.

L’amore per il Chelsea è rimasto intatto fino all’ultimo giorno ed è quantomeno curioso constatare che il giorno della sua dipartita terrena sia conciso con quello della nuova vita societaria dei Blues, appena passati di mano a Todd Boehly, filantropo e imprenditore statunitense che ha salvato il club dal fallimento e dall’esclusione dalle competizioni per essere stato fino a pochi giorni fa di proprietà di Abramovich (e in UK con le sanzioni verso gli oligarchi russi non scherzano). E da lassù Andy continuerà a tifare Blues, sicuro che in un modo o nell’altro l’eco delle gesta dei suoi beniamini arriveranno forti e chiare…

(Credits: Getty Images)

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