FABRIZIO DE ANDRÈ E IL GENOA: FABER E QUELLA PREDILEZIONE PER GLI SCONFITTI

FABRIZIO DE ANDRÈ E IL GENOA: FABER E QUELLA PREDILEZIONE PER GLI SCONFITTI

FABRIZIO DE ANDRÈ E IL GENOA: FABER E QUELLA PREDILEZIONE PER GLI SCONFITTI

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Nella bara che per sole 24 ore ha ospitato il corpo di Fabrizio De Andrè, prima che questi venisse cremato come da sue precise volontà (e le ceneri sparse nel mare che s’affaccia davanti a Genova), ci fu posto anche per una sciarpa del Genoa. Un amore troppo grande per essere messo in rima, cosa che il cantautore declinò a più riprese nel corso della sua esistenza terrena. Glielo chiesero tante volte di imbracciare la chitarra e dedicare una canzone al suo amato, cioè al Grifone, ma lui rifiutò ostinatamente quell’invito.

Per scrivere una canzone d’amore bisognerebbe avere un certo distacco, e quando penso o parlo del Genoa io non riesco mai ad essere distaccato, poiché mi sento troppo coinvolto

è la tesi giustificatoria con la quale ha svicolato a più riprese la richiesta. Un amore così grande da far passare in secondo piano quello per tanti altri aspetti dell’esistenza del cantautore di Pegli, innamorato dei colori rossoblù da quando, appena bambino, venne portato a vedere una partita del Genoa, opposto al grande Torino. Era il 1947 e l’Italia dell’epoca, riemersa dalla guerra, quando pensava al calcio vedeva solo granata.

Non faceva eccezione la famiglia De Andrè: papà Giuseppe e il fratello maggiore Mauro era tifosi del Toro, e in cuor loro speravano (credevano) che anche il piccolo Fabrizio avrebbe seguito le loro orme. Per questo lo portarono a vedere quel Genoa-Torino in programma il 5 gennaio 1947. Il giorno in cui colui che il mondo avrebbe conosciuto col nomignolo Faber s’innamorò perdutamente del Grifone.

TIFAVANO TUTTI TORO, LUI SCELSE IL GRIFONE

In famiglia, insomma, i conti li fecero male. D’altronde Fabrizio è sempre stato un uomo controcorrente, anche da bambino: avrebbe potuto scegliere di tifare per la squadra più forte dell’epoca, quella che solo la sciagura di Superga nel maggio del 1949 avrebbe strappato all’affetto di un popolo desideroso di riscatto dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale.

Fabrizio però quel giorno capì una volta di più di essere un paladino dei più deboli, di coloro che non vincono quasi mai, ma che anzi vivono per una singola gioia in mezzo a tante cocenti delusioni. L’epopea del Genoa era ormai storia vecchia: essendo il primo club costituito in Italia, nei primi decenni seppe ritagliarsi un ruolo importante, vincendo 9 scudetti (ma l’ultimo nel 1924) e una Coppa Italia, nel 1937. Insomma, il meglio era già alle spalle, e curiosamente l’ultima annata in cui i rossoblù andarono vicini allo scudetto coincise con l’anno in cui De Andrè venne alla luce, cioè il 1940.

Il 18 febbraio, data di nascita di Fabrizio, il Genoa era peraltro impegnato a Novara, dove vinse di misura ma dove fu costretto a tornare a giocare per un errore tecnico, poiché ai genoani venne fatto battere il calcio d’inizio sia nel primo che nel secondo tempo. Il ricorso dei piemontesi venne accettato e nella ripetizione il Novara vinse per 3-1, dando il là a una crisi di gioco e risultati che portò il Genoa dalla vetta addirittura a scendere fino al sesto posto finale. Era un segno del destino: l’illusione di una vittoria, spazzata via dalla nuda e cruda realtà. Quasi una sorta di manifesto di quella che sarebbe stata l’esistenza del cantautore, tanto esaltante a livello artistico, quanto malinconica e segnata da tragedie e sofferenze nel suo lato più intimo e profondo.

IL GENOA NEL CUORE, SEMPRE IN CIMA AI PENSIERI

L’amore per gli sconfitti, o se preferite per i più deboli, è un tema ricorrente nei versi di De Andrè. Che ha dedicato alla sua Genova un intero album, Creuza de ma, il cui brano che da il titolo al disco viene cantato ancora oggi dai tifosi genoani allo stadio. La sua presenza allo stadio era piuttosto rara: non amava mettersi in mostra, e soprattutto non amava alzarsi presto al mattino e mettersi in cammino verso Marassi. Preferiva ascoltare le partite alla radio, o magari guardarle alla tv quando la tecnologia dell’epoca glielo consentiva.

Ma amava il Genoa come se stesso, era nei suoi pensieri giorno e notte, tanto che gli amici più cari sapevano quanto fosse meglio stargli alla larga il giorno dopo una sconfitta, rimandando il proposito di sentirlo al martedì per non irritarlo ulteriormente. Aveva già un carattere particolare, De Andrè, poco avvezzo alla diplomazia o alla comprensione dell’altro. Eppure quel carattere gli ha permesso di tirare fuori autentici capolavori, tanto che ancora oggi a più di 20 anni dalla morte uno stuolo di fedeli appassionati ne canta le gesta. Forse proprio perché Fabrizio ha incarnato meglio di chiunque altro lo spirito degli ultimi, di coloro che sono esclusi dalla società che conta, di quelli che ci sono, ma che nessuno vede.

Ho sempre avuto un debole per i troiani, perché era facile al tempo dei greci essere achei.

Il Genoa gli ha regalato poche giornate di gloria, anche in quei mesi di prigionia in Sardegna in cui chiedeva continuamente i risultati della sua squadra del cuore, unica concessione che l’Anonima Sequestri Sarda gli accordò. Il Genoa gli ha permesso di ammirare il giocatore che più di ogni altro ha stuzzicato la sua fantasia, quel Gigi Meroni che a ben vedere gli era simile in tanti aspetti, con quel modo di essere e di fare così controcorrente e fuori dal suo tempo.

A De Andrè hanno fatto male più le retrocessioni che non l’aver visto la Sampdoria vincere lo scudetto.

Adesso Genova può vantare 10 scudetti, ma 9 sono colorati di rossoblù

disse dal palco in un concerto allo stadio di Marassi. Quando annunciò di essere malato, vedendo il terrore negli occhi dei presenti, salvo poi tirar fuori una sciarpa genoana. Aveva buggerato tutti, ancora una volta. Il Grifone cucito sul petto, il rossoblù a scorrere nelle vene.

(Credits: Getty Image)

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