Hotshot

Pelé, a oltre quarant’anni dal ritiro dal calcio giocato, è ancora l’indiscusso Re del Calcio, il giocatore che ha portato il suo estro atletico a un livello prima di lui assolutamente inimmaginabile, nonché l’eroe che ha segnato, insieme a una valanga di gol, un prima e un dopo nel mondo del pallone. Eppure, anche in una carriera incredibile, com’è stata quella di O’ Rey, l’uomo capace di fermare perfino una guerra per assistere alle sue imprese, ci sono delle zone d’ombra rimaste sconosciute ai più, ma ancora ben impresse su celluloide.

 
Correva infatti l’anno 1987 quando, complice anche l’esperienza positiva di Johann Cruijff nelle fila dei Washington Diplomats e degli L.A. Athletics, gli Stati Uniti iniziavano a scoprire e incuriosirsi a questo strano sport che spadroneggiava dal Vecchio Continente alla America Latina. Si decise così ben presto di farne un adattamento che corrispondesse agli ideali del grande sogno americano, senza badare troppo alla disponibilità del budget, né tantomeno a particolari poco interessanti, come credibilità e caratterizzazione dei personaggi.

 
Ecco, quindi, che in uno scontro di mondi apparentemente inconciliabili, Hotshot racconta le avventure di Jimmy Kristidis, un sedicente giovane americano che sogna un futuro nel mondo del calcio, per il quale salta le lezioni al college e si indirizza le ire del padre, un ricco armatore navale di origine greca. Per inseguire quel destino in cui crede tantissimo, vende la sua Jaguar extra lusso e si presenta a casa Pelé, nascosta nella jungla ai margini di Rio de Janeiro, per chiedere al Re, ribattezzato per l’occasione “Santos” di istruirlo nelle magiche tecniche del futébol.

 
Pelé però non è interessato a diventare il novello Maestro Miyagi del giovane Jimmy, preferendo la vita di semi-clandistinità che si è ritagliato allontanandosi dagli eccessi della notorietà. Tuttavia, i contrasti tra i due, non solo di tipo sociale, ma anche umano, finiranno proprio per avvicinarli. Il ragazzo arriva a tromboneggiare proclami sulle proprietà di cui dispone in un geniale slancio di valori aggiunti: “La mia famiglia è cinque volte più ricca del proprietario della squadra per cui gioco”, ma ammette anche di non riuscire a trovare posto in squadra perché l’allenatore non lo reputa pronto fisicamente e mentalmente.

 
Così, inizia un gioco a rimpiattino di aperture e chiusure tra Jimmy e Santos in cui i due cominciano a fiutarsi reciprocamente e abbassare in questo modo le rispettive barriere. Una corsa sulla spiaggia, un paio di palleggi, una partita uno contro uno e anche una bella quintalata di legna da spaccare annullano le distanze tra il campione e il suo allievo, fino a quella decisiva lezione di vita e di sport che si rivela in ultimo risolutiva. A Jimmy viene consegnato il segreto della mossa epica, quella con cui battere avversari su avversari e trionfare tanto sul campo quanto nell’amore: la rovesciata!

 
Il giorno della finale di campionato, che come in tutti i classici teen drama americani si svolge tra i “Rockers” e i “Titans”, in un Giants Stadium completamente sold out, va quindi in scena l’atto di un allenamento formativo umano ed agonistico, per permettere a Jimmy di dimostrare a tutti, famiglia compresa, le sue grandi qualità. Il giovane calciatore trova quindi il suo riscatto definitivo in un rettangolo di gioco con le porte di calcio montate alla buona su un campo da football americano corredato con tutta la segnaletica di ordinanza tra yarde, end zone e hashmarks, che in confronto le azioni de “L’Allenatore nel pallone” sembrano quelle di Spagna ’82.

 
Il gol arriva e naturalmente arriva in rovesciata, dopo un rocambolesco tentativo di ribaltare un risultato di inesorabile sconfitta ormai imperante. Proprio la rete avversaria, messa in atto con villanzona sicumera tramite una mossa dello scorpione eseguita di tuffo in avanti a tu per tu con il portiere e il pallone bloccato tra le gambe, ribalta di slancio schemi e tecniche di un gioco che probabilmente agli occhi disincantati degli yankees appariva come misterioso ed esotico. E forse anche un tantino carente di tamarra spettacolarità da dover colmare al più presto.

 
All’epoca della sua uscita, Hotshot, in italiano reso come Nati Campioni si defilò prontamente nel mercato delle piccole e medie astrusità per far perdere presto le sue tracce, con buona pace dei potenziali spettatori e soprattutto di Pelé. Eppure, il sempre fiorente mercato della nostalgia e la capillare attività di scouting della rete, hanno ripescato il film dal suo lungo destino di oblio. Resta un film di belle speranze e pochissime pretese che ha cercato di virare al mondo del calcio le stesse fortunatissime dinamiche di Karate Kid senza nemmeno sfiorarne la portata più divertente. Jim non ha la faccia imbrachicchiata di Daniel-San, e forse nemmeno Pelé ha avuto molto le idee chiare su come interpretare il proprio fittizio sé stesso. Tuttavia, proprio quei 20 minuti in cui O’ Rey compare sulla scena, dimostrano quanto eccezionale fosse il suo talento. Anche a 47 anni suonati.

 

 

(Credits: Getty Images)