Pat Morita and Ralph Macchio in a scene from the film 'The Karate Kid', 1984. (Photo by Columbia Pictures/Getty Images)
Da quando Cobra Kai è diventata una delle serie più seguite su Netflix, una platea sconfinata di teenagers ha potuto conoscere ciò che a metà degli anni ’80 sconvolse letteralmente il mercato degli home video. Perché Karate Kid è stata molto più di una normale pellicola: uno spaccato generazionale che ha capovolto usi e costumi del tempo, riportando sulla scena un genere che negli anni ’70 aveva conosciuto la fama internazionale grazie a Bruce Lee e alle arti marziali improvvisate in ogni angolo della strada. L’America dei buoni sentimenti, quella che nel frattempo offriva al mondo la saga di Rocky Balboa, intuì che dietro quel filone potessero esserci possibilità enormi di realizzare qualcosa che potesse durare nel tempo. Ogni elemento si è incastonato al meglio nel fil rouge degli eventi e ha reso Karate Kid molto più di un semplice film per ragazzi, come troppo frettolosamente venne bollato in sede di produzione. Tanto che non mancarono rifiuti eccellenti per la parte del protagonista principale, l’italo americano Daniel LaRusso, ritrovatosi suo malgrado a dover affrontare un viaggio dalla costa Est alla caliente California. Quella parte doveva essere di Sean Penn, che pure la rifiutò proprio perché ritenuta troppo infantile per i suoi obiettivi attoriali e il corso professionale in ambito cinematografico. Ralph Macchio, nell’accettarla, aveva forse meno da perdere, ma nemmeno avrebbe mai pensato di trovarvi gloria perpetua.
UN CAST CHE HA FATTO LA STORIA
Così, oggi che compie 60 anni, il buon Ralph se la farà ancora una risata ripensando a quel provino andato ben oltre le più rosee aspettative. Inutile dire che, a un certo punto della sua vita, il personaggio di Daniel abbia rappresentato un fardello anche troppo pesante. Un alter ego con cui diventa complicato fare i conti. Ora dopo ora. Per ogni santo giorno. Invece noi – c’è chi rivede Karate Kid a distanza di 40 anni, chi lo riguarda ciclicamente, chi lo ha fatto scoprire ai figli – un po’ di Daniel LaRusso ce lo siamo portati dietro e quegli occhi sono diventati gli occhi di milioni di teenager che negli ’80 avevano quindici anni o giù di lì. Vivevano rapporti a tratti amorevoli a tratti conflittuali in famiglia. Si accingevano alle prime relazioni sentimentali. Crescevano con la scuola, con lo sport, con gli amici, con chi non sopportavi, con chi non ti sopportava.
Ralph Macchio, poi, deve essersi riconciliato definitivamente con l’alter ego quando, nel 2018, è tornato a interpretare quel piccolo ragazzo nel frattempo diventato maturo, pronto a offrire una mano al rivale Johnny Lawrence (William Zabka) in cerca di redenzione dopo una vita alquanto movimentata. Eppure, i lustri di quel Karate Kid – era il giugno del 1984 quando a fronte di una spesa complessiva per la realizzazione di poco superiore agli 8 milioni di dollari finì per incassarne quasi 100 al botteghino – sembrano tuttora inarrivabili. La formula vincente ha in Daniel il coprotagonista, di fianco alla simpatia e al rigore tipico del Sol Levante del maestro Miyagi (l’indimenticato Noriyuki “Pat” Morita) e ad altri personaggi che, per l’armonia della pellicola, risultano altrettanto necessari. Elisabeth Shue era Ali Mills, il primo amore di Daniel; Martin Kove era il Sensei John Kreese, quello di “La paura esiste in questo dojo?” cui rispondevano all’unanimità gli allievi “No, Sensei“; William Zabka è il già citato Johnny Lawrence; Randee Heller era Lucille LaRusso, la mamma di Daniel.
VALORI E STORIE “REALI”, QUESTO È IL SEGRETO
Cosa abbia permesso a Karate Kid di funzionare, forse meglio di tutto l’ha spiegato Martin Kove, che nel film interpreta Sensei John Kreese, il “cattivo” guardiano del Cobra Kai.
“Quella pellicola è stata per noi un’esperienza religiosa. Ed ha funzionato perché parlava di temi reali, non distanti dalla realtà, ma capaci di far interagire per davvero chi era seduto a guardare il film. Lo abbiamo capito durante i 30 anni di raduni e convention nei quali i fan ci hanno dimostrato tanto affetto, ma tanta empatia come in nessun’altra realizzazione cinematografica ho mai potuto trovare”.
In effetti Karate Kid partiva proprio da fatti realmente accaduti: il bullismo di cui è vittima Daniel, appena sbarcato in California, era un problema imperante all’epoca. L’estrapolazione dal proprio contesto adolescenziale, la perdita delle proprie radici e la necessità di reinventarsi in un mondo nuovo e per lui ostile è una sensazione comune a tantissimi emigranti che a loro volta hanno dovuto compiere lo stesso percorso in un periodo storico (gli anni ’80) dove era ancora forte la voglia di preservare le proprie tradizioni, con moti popolari talvolta persino fuori da ogni logica. E non manca anche la classica storia d’amore che in realtà non finisce del tutto bene, perché alla bella Ali Mills (Elizabeth Shue, preferita nel ruolo a Demi Moore) il buon Daniel resta legato il tempo di una stagione. Lo si capirà con il seguito, Karate Kid II (ve ne sarà anche un terzo). Il messaggio di fondo di Karate Kid rimane proprio questo:
“Lavorare duramente oggi per vincere domani”.
Così Daniel scopre che le faccende e i lavoretti domestici ai quali lo obbliga il maestro Miyagi sono le chiavi per attivare in futuro le tecniche di difesa durante il combattimento.
Spesso cose non sono ciò che sembrano
ripete Miyagi a Daniel quando il ragazzo non pare capire l’utilità di tutti quei lavori domestici applicati al karate: lustrare automobili, dipingere steccati, riverniciare casa. In realtà, senza saperlo ha imparato i fondamenti del karate.
Fammi vedere come raschi pavimento. Adesso fammi vedere dai la cera togli la cera. Fammi vedere come dipingi steccato. Adesso dipingi casa da una parte all’altra.
gli chiede Miyagi. E Daniel scopre che in quei gesti, ripetuti migliaia di volte, c’è l’apprendimento pratico della sua formazione. Capisce l’importanza dell’equilibrio, che si allena prima la mente con lo spirito, poi il corpo. Valori attuali anche a distanza di quasi 40 anni, e il successo di Cobra Kai non può sorprendere anima viva. Fortuna che doveva essere solo una pellicola per adolescenti…
(Credits: Getty Image)
