Sinner, Wimbledon (Imago)
C’è qualcosa di ipnotico nel guardare Wimbledon. Il verde intenso dell’erba, il silenzio quasi religioso del pubblico, e poi loro – i tennisti – vestiti rigorosamente di bianco. Nessun colore, nessuna fantasia, nessuna concessione alla moda o agli sponsor. Solo bianco, un bianco che deve essere vero e candido, non panna, non avorio, non crema. È uno degli spettacoli visivi più riconoscibili dello sport mondiale e dietro c’è una storia che affonda le radici nell’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento.
Wimbedon, le origini del dress code: aristocrazia e sudore
La tradizione risale alla prima edizione del torneo, che si svolse nel 1877, quando a partecipare erano solo aristocratici e ricchi che vestivano abitualmente di bianco perché erano gli unici che potevano permettersi di lavare i vestiti. Ma c’era anche una ragione molto più pratica e, per i canoni dell’epoca, di assoluto buon gusto. Il bianco, grazie alla sua capacità di riflettere la luce solare, non solo aiutava a mantenere i giocatori più freschi, ma rendeva meno evidenti gli aloni di sudore preservando così l’immagine impeccabile e composta degli atleti. Questa esigenza puramente estetica si sposò alla perfezione con la morale vittoriana, che imponeva un certo contegno e una dignità anche nell’attività fisica più intensa.
Quella che era un’etichetta sociale divenne col tempo una regola scritta. Nel 1963 il bianco fu adottato come colore esclusivo dello Slam. Inizialmente era solo un “prevalentemente bianco”, poi nel 1995 è diventato “quasi tutto bianco”, e nel 2014 l’All England Club ha irrigidito ulteriormente la regola: il bianco deve comprendere anche suole delle scarpe, reggiseni, fasce e polsini.
Wimbledon, il dress code non ammette deroghe tranne in un solo caso
Il regolamento odierno è un documento preciso, quasi maniacale nei dettagli. Pantaloncini, gonne e pantaloni della tuta devono essere completamente bianchi con l’unica eccezione di un singolo bordo colorato lungo la cucitura esterna non più largo di un centimetro. I berretti, le fasce, le bandane, i polsini e i calzini devono essere completamente bianchi con un unico bordo colorato non più largo di un centimetro. Le scarpe devono essere quasi interamente bianche, con suole e lacci totalmente bianchi. Anche i loghi dei grandi marchi sportivi vengono scoraggiati.
Il regolamento ufficiale è valido sia per gli allenamenti che per le partite e riguarda tutti gli indumenti indossati da un giocatore, comprese tute e maglioni. L’unica deroga introdotta di recente – e accolta con ampio consenso – riguarda la biancheria intima femminile: dal 2023 le giocatrici possono indossare mutande di colore medio/scuro, a condizione che non siano più lunghe dei pantaloncini o della gonna, una concessione per alleviare le preoccupazioni legate a possibili macchie dovute al ciclo mestruale.
Wimbledon, la ribellione al dress code
La storia di Wimbledon è costellata di chi ha provato, fallendo, ad aggirare il dress code. Andre Agassi, con i suoi capelli lunghi e i colori sgargianti, si rifiutò categoricamente di partecipare per diversi anni negli anni Ottanta proprio per la sua avversione al dress code. Quando finalmente scese in campo nel 1991, si presentò rigorosamente in bianco. L’anno successivo, nel 1992, conquistò il titolo. Anche Roger Federer, il tennista più elegante della storia, ebbe un contrasto con le regole dello Slam. Nel 2013 si presentò con la suola delle scarpe arancione e fu costretto a cambiarle nella gara successiva. Un episodio che racconta meglio di qualsiasi altro quanto l’All England Club faccia sul serio.
Wimbledon, il dress code oggi
La risposta ufficiale la danno i dirigenti stessi del club e vale la pena riportarla: “Per noi la regola del tutto bianco non è una questione di moda, ma di far risaltare i giocatori e il tennis. Chiunque entri in un campo di Wimbledon, dal campione in carica alle qualificazioni, lo fa indossando il bianco. Questo è un grande livellamento. Se un giocatore vuole farsi notare, deve farlo attraverso il suo gioco”. C’è qualcosa di profondamente democratico – e al tempo stesso elitario – in questa visione. Il bianco come azzeramento delle differenze, come sfondo neutro su cui si scrive solo la storia del tennis. In un’epoca in cui lo sport è sempre più spettacolo, marketing e brand identity, Wimbledon resiste. E lo fa a modo suo: con un colore solo, senza compromessi.
