Gianfranco Dettori: le gesta di un Campione divenuto leggenda

Gianfranco Dettori: le gesta di un Campione divenuto leggenda

Gianfranco Dettori: le gesta di un Campione divenuto leggenda

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Gianfranco Dettori fotografato all’ippodromo di Epsom il giorno 01 Giugno 1975

 

Nel corso del mio soggiorno a Cambridge in occasione delle riunioni di corse a Newmarket per le 1000 e le 2000 Ghinee, ho incontrato il Signor Salvatore D’Agostino, che vive e lavora in quella città, scrivendo anche articoli che riguardano il Calcio.

Poiché mi aveva detto che stava preparando un articolo su Gianfranco Dettori, “Il Mostro”, gli ho chiesto di mandarmelo che l’avrei pubblicato su queste colonne.

 

Carlo Zuccoli

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Cambridge, 15 Maggio 2024

 

Ci sono miti dimenticati, di sport che un tempo erano parte integrante della cultura di una nazione e che sono piano piano caduti nel dimenticatoio, rimanendo una passione viscerale per un pubblico di nicchia.

È questo il caso dell’Ippica, che oggi fatica a sopravvivere, in balìa di tagli continui che hanno minacciato più volte il fallimento del sistema.

Ma c’è stato un tempo in cui il galoppo Italiano, con i suoi uomini e i suoi cavalli, mieteva risultati di prestigio in giro per il mondo.

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Questa che vi sto per raccontare è una storia di successo, di un successo tardivo se consideriamo “l’età sportiva” a cui è stata raggiunta, una storia di un successo nato dal niente e andato a cementarsi per sempre nel mito dello sport dei Re.

Questa è la storia del più grande fantino Italiano di sempre, questa è la storia di Gianfranco Dettori.

Una storia che inizia in Sardegna, terra da sempre di fantini di successo.

Il dubbio era se continuare a vivere un’esistenza di sopravvivenza o cercare fortuna altrove, e quando senti di essere destinato a qualcosa di grande, la decisione è presto presa.

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Gianfranco parte per Roma che ha già quasi trent’anni, tardi abbastanza per pensare a una carriera sportiva, ottiene prima un lavoro come lavapiatti, poi come fruttivendolo, inizia a costruirsi un futuro più grande di quello che avrebbe avuto nella sua terra, ma non gli basta.

Aveva lasciato il Campidano per provare a farcela davvero, e per il figlio di un minatore di fine anni ’60 lo sport era l’unica strada.

Il pugilato fu la prima idea, ma era davvero minuto e quando si presentò all’Ippodromo del Trotto di Tor di Valle la risposta fu la stessa, troppo piccolino per fare il driver, meglio il fantino, e allora via diretto alle Capannelle.

Inizia da Stable Hand, come dicono in Inghilterra, garzone insomma, che si occupa della cura e della pulizia dei cavalli e delle stalle.

Ma era una sfida quello che aspettava, possibilmente col più alto grado di infattibilità, da raccogliere e da vincere, e il destino gli venne in soccorso.

Nella scuderia presso la quale lavorava, di proprietà del Conte Vittorio di San Marzano c’era un cavallo, Prince Paddy (GB) (m. b. o. 1969 March Past), impossibile da domare, che nemmeno i più esperti fantini volevano montare.

Quel piccolo ragazzetto venuto da tanto lontano con un sogno nel cuore volle provarci, e fu amore a prima vista, il Purosangue si fece cavallo da corsa e in pista vinsero più volte, da quel momento non ci fu più alcun dubbio, i cavalli “cattivi” erano una sua faccenda.

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Una faccenda che ora diventava più grande di quanto pronosticato, iniziava a esserci bisogno di miglioramenti su tutti i fronti, anche quello della tecnica, trovare quella migliore per montare un cavallo, e Gianfranco fu un precursore in questo.

A quei tempi infatti solo oltreoceano montavano con le “staffe corte”, ma si sa, per essere il migliore bisogna imparare un po’ dappertutto e Gianfranco fu così il primo a sperimentare quel nuovo stile in Italia.

Da lì in poi tutti presero a montare all’Americana.

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L’avventura in Italia continuava con buoni risultati, diverse vittorie in Gran Premi con i cavalli allenati dal Signor Sergio Cumani, ma presto arrivò il momento del grande salto, andare a imporsi nella patria dell’Ippica, in terra di Albione, laddove nessuno si era mai spinto.

L’occasione giusta arriva quando il Signor Luca Cumani, figlio del Signor Sergio, esprime al padre la volontà di fare un’esperienza all’estero venendo assecondato e mettendosi subito all’opera come apprendista allenatore.

Insieme al proprietario Avv.  Carlo D’Alessio si decise di mandare il cavallo Bolkonski (IRE) (m. s. 1972 Balidar) a fare la carriera in Inghilterra presso l’allenatore Signor Henry Richard Amherst Cecil, al quale il Signor Luca Cumani faceva da assistente.

L’alleanza sarà un successo stellare: Bolkonski vince le 2000 Ghinee, una delle cinque corse Classiche  Britanniche, con Gianfranco che muove il cavallo a quattrocento metri dalla fine così come l’allenatore gli aveva consigliato.

Ma il meglio doveva ancora venire, perché si ripeterà nelle 2000 Ghinee l’anno successivo con un cavallo ancora più straordinario, Wollow (IRE) (m. b. 1973 Wolver Hollow) col quale vincerà nello stesso anno anche le prestigiose Benson and Hedges Stakes, a York e le Eclipse Stakes, a Sandown.

Come da lui stesso dichiarato, Wollow era un “mostro proprio come me”, un cavallo con cui non dovette mai alzare la frusta se non in unica occasione, al Derby di Epsom, quando era ormai battuto.

L’applauso che si guadagnò da Sua Maestà  Regina Elisabetta II  fu la ciliegina sulla torta di un successo insperato e in particolare in Inghilterra, dove Gianfranco intraprese anche una rivalità con il miglior fantino Inglese di sempre, Lester Piggott.

Se c’era ancora qualche dubbio sulla forza dei fantini Italiani, fu spazzato via definitivamente quando Gianfranco fu invitato in Australia, dove nessuno sportivo straniero aveva mai vinto niente, figurarsi un fantino, per cui gli Australiani si credevano i migliori al mondo.

Vinse quattro corse, le uniche in cui fu ingaggiato  e dovettero ammettere che quello doveva essere per forza un “Mostro”.

Fu in quel momento che il Campione divenne leggenda.

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A cinquantuno anni, ancora pienamente in forma e senza nessun motivo apparente che potesse far pensare al ritiro, Gianfranco decise invece che poteva bastare così, nonostante il mondo dell’ippica gli chiedeva a gran voce di continuare, volle fermarsi all’apice.

Ma proprio come per i Purosangue, una volta terminata la carriera, il pedigree è tutto, e per lui non sarà diverso.

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Quando il figlio Lanfranco, detto Frankie, confesserà al padre di voler intraprendere la carriera di fantino, si sentirà rispondere che lo avrebbe sostenuto totalmente nel suo sogno, ma poche illusioni, per raggiungere i suoi risultati avrebbe dovuto campare un paio di millenni.

Non sarà così.

Frankie diventerà un ottimo fantino, capace fra le altre imprese, di vincere sette corse su sette ad Ascot in una sola giornata.

Oggi l’Ippica, soprattutto quella Italiana, non è più quella di una volta.

L’industria versa in una grande crisi non solo finanziaria da ormai molti anni, la gente segue a malapena le corse più importanti, se un tempo il luogo prescelto in cui i ragazzi andavano a bighellonare la scuola era l’ippodromo, oggi non vi si trova che una manciata di spettatori.

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L’ippodromo rimane un’esperienza con un gusto d’altri tempi, dove puoi trovare al “picchetto” anziani fantini a scommettere su una corsa.

La società è andata avanti e il passo della modernità si fa sentire più che mai anche da queste parti, sempre più spesso sui giornali specializzati soprattutto Inglesi dove il tema è caldissimo, si sprecano le discussioni sui limiti di peso per i fantini che porterebbero a problemi di anoressia o di abuso di sostanze per “mantenerlo” nei limiti, alle associazioni animaliste che vorrebbero eliminare le corse dei cavalli, in particolare quelle a ostacoli, e proibire l’utilizzo della frusta.

Non se la passano meglio in Paesi come la Francia, o in Inghilterra, dove almeno però le grandi Classiche attirano ancora migliaia di persone, ma fra le altre, sono in corso discussioni su come sfoltire il programma, pervaso da troppe riunioni con troppe corse non di grande rilievo.

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Il futuro dell’ippica è più incerto che mai, quello che è sicuramente uno degli sport più antichi sulla Terra e che è rimasto invariato nella sua essenza fin dalle origini vive oggi, forse per la prima volta, un momento di grande cambiamento e sta provando a riconquistare un pubblico che forse cerca una ventata di novità (e di adeguamento ai tempi), in un mondo da sempre caratterizzato dalla tradizione.

 

Salvatore D’Agostino

(sal.dagostino.uk@gmail.com)

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