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Pubblichiamo in tre puntate, il Mercoledì, un diario di viaggio di Carlo Zuccoli in Turchia, tratto dal romanzo “Ero in fila dietro di lei alla SIP e tre donne da (non) incontrare”, Edito online da Narcissus).

 

È stata la giornata di una gita in barca sul Bosforo, piuttosto diversa da quella mitica dei famosi Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome.
Cazzeggiando sul ponte superiore della nave ho scoperto, parlando con la guida Turca, che Lunedì i Turchini torneranno a scuola, dopo le vacanze estive, e quindi bisognerà muoversi dall’albergo per le visite ai monumenti chiave e per il bagno Turco in un famoso Hamam verso le dieci del mattino.
Ho anche appreso che gli abitanti di Istanbul (ho dimenticato di dirvi che gli accenti sono due per la pronuncia, uno sulla a e uno sulla u) sono ben tredici milioni.
La grande barca ci ha portato in giro per il Bosforo e siamo passati sotto al primo ponte che sia mai stato costruito per unire due Continenti (l’Europa e l’Asia), nel 1973, inaugurato in occasione delle celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Turca, che risale al 1923.
Il secondo ponte è stato inaugurato nel 1986 e ora stanno costruendo un tunnel per i treni e un tunnel per le auto.
Ho anche appreso che il Bosforo è lungo trentotto chilometri che vanno percorsi per arrivare nel Mar Nero.
Ci siamo fermati prima!
Case spettacolose in legno del 17° e 18° secolo, lungo le rive del Bosforo, dette Yali, e ville spettacolose il cui prezzo va da USD $ 5 milioni a USD $ 50 milioni, soprattutto sulla riva Asiatica del Bosforo.
Prendo (e prendete) i dati con le pinze perché la nostra guida sosteneva che nel miglior albergo della città, il Kempinsky, un ex Palazzo del Governo, una suite costa USD $ 10.000 a notte (e fini qui va bene), ma che una camera normale costa USD $ 5.000 a notte e che pranzare nel miglior ristorante dell’ex Costantinopoli costa £ 2.000 (la guida non ricordava se il prezzo era per una persona o per due).
Ci siamo fermati per la colazione in un’isoletta dove c’è una specie di torre detta Maiden Tower e lì i Turchi si sono scatenati con buoni vini bianchi e rossi, di buone vigne Cilene.
Tutti a casa per le quindici, anche se la guida ha tentato fino all’ultimo di farci assistere a una sfilata di moda: ho guidato la rivolta, spalleggiato dall’Amazzone Irlandese Clare Judith McMahon.

 

Ancora una volta la teoria del mio collega di studio quando esercitavo la professione di avvocato, si è rivelata esatta: le donne sono nate prima della logica.
Entro nella superba chiesa – moschea, chiamatela come volete, Haya Sofya, questo luogo mistico e mitico dove si sono praticate due religioni, e semi – sdraiata su di un gradino, ben all’interno dell’edificio, una giovane signora parla al telefono con non so chi.
Il luogo è talmente solenne, mozza talmente il fiato, che una persona normale non può pensare ad altro se non alla sacralità facendo mille considerazioni in merito, per evitare i pensieri sull’arte, che qui raggiunge il massimo che si possa immaginare: la costruzione è dell’anno 500 and changes (come ho già scritto).
La fortuna mia e di A è stata quella di aver trovato sulla nostra strada, appena scesi dal Taksi, di fronte alla Moschea Blue costruita da Sultan Ahmet tra il 1609 e il 1617, Ahmet, un giovane Curdo, nato nella zona del monte Ararat, che ci ha fatto da guida.
Abbiamo percorso l’Ippodromo, prima di toglierci le scarpe per entrare nella cosiddetta Moschea Blue (Sultan Ahmet Camii).
Beh, difficile fare una descrizione, perché bisogna entrare per credere.
Le piastrelle blue di Izmic sono un capolavoro come pochi, le vetrate veramente t’illuminano d’immenso come diceva il poeta, così vorresti restare a lungo davanti al Mimbar, una specie di pulpito dal quale l’Imam prega.
I minareti (manara in Arabo) sono sei e soltanto la Moschea di Makkah, in Arabia Saudita, ne ha sette.
Ahmet non batte ciglio e ci spiega tutto, nel senso che il digiuno (Lunedì è incominciato il Sacro Mese del Ramadan) non gli procura problemi e sgambetta alla grande perché è Dio che lo aiuta a superare i momenti difficili della giornata, quando potrebbe essere preso dalla fame o dalla sete.
I Musulmani pregano cinque volte al giorno e il tempo dedicato a Dio è di oltre un’ora e mezza.
Essere Musulmani è dura, non come essere cattolici, vale a dire, una messa la Domenica e poi ciao, e avanti con i peccati.
Ahmet ci ha accompagnati anche alla breve visita al Palazzo Topkapi, dove abbiamo rinunciato a vedere il famoso pugnale, perché la fila per entrare nel reparto gioielli del Sultano era interminabile o quasi.
Ho girato abbastanza il mondo, ma in nessuna città ho visto un così alto numero di visitatori ai monumenti.
Ci sono migliaia di persone che sciamano tra la Moschea Blue, l’Ippodromo, Haya Sofya e il Topkapi Sarayi (che significa Palazzo), che si soffermano nei giardini a osservare il Bosforo.
La vista e incantevole; di fronte hai la parte Asiatica della città, mentre tu sei in Europa.
Appena entrato nel Topkapi, Ahmet ci ha portati nelle cucine, dove centinaia di cuochi preparavano oltre cinquemila pasti al giorno.
Ci sono venti enormi comignoli di pietra, o sfiatatoi, per le cappe sotto le quali, in colossali pentoloni di bronzo (che sono esposti) i cuochi dell’epoca cuocevano riso, carne, agnello, etc, avvalendosi di grossissimi mestoli, che sono pure in esposizione.
Uno spettacolo davvero inconsueto, ma affascinante.
Abbiamo fatto il tutto un po’ a volo di uccello, ma torneremo alle corse a Veliefendi l’anno prossimo, Inshallah, a Dio piacendo, e avremo più tempo a nostra disposizione.
Usciti dal Topkapi sono incominciati i guai.
Ahmet, che parla l’Inglese molto bene, aveva chiamato lo Zio, che parla molto bene l’Italiano, che ha un negozio con fabbrica di tappeti, e lo Zio aveva mandato una lussuosa Mercedes a prendere i “pazienti”.
Ho bevuto volentieri il tea che ci è stato offerto, e ho dichiarato il mio disinteresse totale per la merce in esposizione, e che era srotolata ai nostri piedi.
Ho visto un kilim che poteva andare bene per appoggiare i piedi quando il pomeriggio guardo le corse Inglesi per ore.
Avventatamente chiedo il prezzo e lo Zio spara € 300.
Sono perplesso, ma A m’invita a ragionare, a non spendere € 300 per un kilim, che forse potrei trovare in un’Ikea qualunque, e mi suggerisce di comprare piuttosto un bel tappeto di seta, fatto a mano, che costa “soltanto” € 4.000.
Lo Zio si esalta, credendo di aver trovato Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum, il Ruler di Dubai, o un suo parente prossimo, e due schiavi rotolano altri tappeti di seta, nuovi, da € 200.000 cadauno, o vecchi di centovent’anni, piccoli da soli € 8.000.
Avrei ucciso A, che alle mie rimostranze, fa anche l’offeso, sostenendo di aver agito per il mio bene.
Invito lo Zio a chiamare Ahmet, al quale regolo le sue competenze con € 50, nonostante A brillantissimo con i tappeti, volesse versare soltanto € 30, e m’infilo, con la rapidità del vento, in un Taksi, Fiat Albea, e via per l’Atakoy Marina Hotel, per un bel bagno nella piscina di acqua di mare.

 

Continua…

 

Carlo Zuccoli
(carlozu43@gmail.com)

 

(Credits: Getty Images)