CADE IL MURO DI BERLINO  E CROLLA IL BLUFF DELLA FABBRICA DEGLI ATLETI

CADE IL MURO DI BERLINO E CROLLA IL BLUFF DELLA FABBRICA DEGLI ATLETI

CADE IL MURO DI BERLINO E CROLLA IL BLUFF DELLA FABBRICA DEGLI ATLETI

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Poco meno di 17 milioni di abitanti, un palmares internazionale da fare invidia a nazioni con una popolazione 40 volte più numerosa. Che cosa ne è stato della potenza sportiva dell’ex DDR è facile da intuire: un dominio, specie a partire dagli anni ’70 fino alla fine del decennio successivo, che ha sconvolto il mondo e ha fatto sospettare anche i più inguaribili creduloni. C’era una parola che più di ogni altra si faceva largo nelle stanze dei laboratori della Germania dell’Est: Oral-Turinabol, ovvero il nome dato a una misteriosa pillola blu con la quale molti atleti dell’Est fidelizzarono sin dall’adolescenza, prescritta spesso a insaputa dei destinatari, che pur col tempo pure loro cominciarono a sospettare che qualcosa nel loro corpo stava cambiando, e senza alcun preavviso. Una volta abbattuto il Muro, lo chiameranno “doping di stato”. O forse sarebbe stato meglio “doping di Stasi”, la terribile agenzia di servizi segreti che assoldava anche gli atleti dello sport, quelli maggiormente in vista e quindi meritevoli di protezione, simboli da promuovere e con i quali poter animare i sogni dei propri cittadini. Per anni, i generali della DDR spacciarono quel sistema come il frutto di una favolosa crescita a livello sportivo. Berlino Est, Lipsia e Dresda avevano centri all’avanguardia, con due discipline in particolare (nuoto e atletica) nelle quali la supremazia degli atleti della Germania orientale era lampante. Così come i dubbi sulla reale portata di quelle prestazioni. Il Muro avrebbe aiutato a disintegrarli tutti. E il grande bluff sarebbe venuto alla luce.

 

QUEI RECORD MACCHIATI

L’atletica soprattutto, assieme al nuoto, è stata la casa del grande impero sportivo creato dalla DDR. Tanto che a distanza di 32 anni dalla caduta del Muro resistono ancora tre record mondiali fatti registrare da atleti orientali: quello di Marita Koch sui 400 metri femminili e quelli dei lanciatori del disco Jurgen Schultz e Gabriele Reinsch. Record sui quali pesa l’ombra degli aiuti di Stato, benché chi li ha realizzati ancora oggi professi la propria totale non consapevolezza di quello che accadde in quegli anni tanto tumultuosi. Atleti che vennero estrapolati dai loro contesti sociali e portati nei centri di Jena o Berlino (Lipsia per il nuoto), dove venivano meticolosamente preparati in vista degli appuntamenti internazionali con allenamenti che nulla avevano da invidiare a quelli di stampo militare. In una galassia di società e club, tutti in aperta competizione tra loro e tutti assoldati come dopo lavoro (in realtà il lavoro veniva poi assicurato come una sorta di “legame” tra l’atleta e le aziende che lo sostenevano e che ne ricevevano in cambio visibilità), quel mondo sarebbe imploso su se stesso e di colpo avrebbe spazzato via anni di menzogne. Restarono tracce indelebili dei danni a psiche e corpo inflitti a numerosi atleti: Heide Krieger, campionessa di lancio del peso, a furia di ingerire ormoni arrivò a prendere una decisione drastica, cambiando sesso (e non fu l’unica). Quando venne giù il castello, tutti scoprirono l’inganno.

 

IL TRADIMENTO DI “SPASSI”, IL PALLONE D’ORO DI SAMMER

Il calcio nella Germania dell’Est non è mai stato all’altezza di quello dei cugini dell’Ovest. Anche se ha avuto un acuto abbagliante nel 1974, anno in cui nella parte occidentale venne organizzata la fase finale della coppa del mondo: nell’incrocio del girone eliminatorio, la Germania dell’Est batté quella dell’Ovest a domicilio (cioè a Monaco di Baviera) grazie a una rete di Jurgen Sparwasser. Una rete che non contribuì a cambiare le sorti di quel mondiale, che avrebbe visto comunque la Germania Ovest alzare la coppa davanti all’Olanda, ma che consegnò alla gloria eterna Spassi, come venne ribattezzato dai suoi connazionali. Eppure proprio la “fuga” verso Ovest di Sparwasser fu un colpo durissimo da accettare per i generali della DDR: nel gennaio 1988 Jurgen approfittò di una partita tra vecchie glorie a Saarbrucken per far disperdere le sue tracce e ricongiungersi con i familiari, che nel frattempo avevano varcato la cortina di ferro per trovare ospitalità da parenti. Notizia che gettò nello sconforto molti abitanti della Germania Est, figlia però di un desiderio evidente di voler evadere da un mondo ormai ritenuto troppo stretto. Il Calcio dell’Est non ebbe mai lo stesso successo di quello dell’Ovest: tolto il Magdeburgo, vincitore della Coppa delle Coppe a spese del Milan nel 1974, nessun altro trofeo continentale è finito nella parte orientale della nazionale. E da quando la Germania è stata riunificata, nella nuova Bundesliga non c’è stata traccia di formazioni dell’Est in grado di competere per il vertice. Addirittura la Dinamo Berlino, vincitrice di 10 campionati tra il 1979 e il 1988, naviga in quinta serie, così come l’Hansa Rostock in terza. A tenere alta la bandiera c’è il Lipsia, roccaforte Red Bull dal 2009, che pure è la faccia di un calcio moderno che fa a cazzotti con la tradizione. Almeno Matthias Sammer, cresciuto nella Dinamo Dresda, negli anni ’90 qualche soddisfazione se l’è presa tra Borussia Dortmund e nazionale, tanto da vincere nel 1996 persino il Pallone d’Oro. E oggi Toni Kroos, nato 9 mesi prima dell’unificazione nazionale (e appena due mesi dopo la caduta del Muro), in qualche modo ne ha ricalcato le orme.

 

LA RUSSIA DELLE MILLE CONTRADDIZIONI

La caduta del Muro ha avuto però ripercussioni anche oltre Berlino. L’ex URRS è stata per anni un modello in ambito sportivo: accuse di doping, in questo caso, non sono mai passate di moda, se è vero che attualmente gli atleti russi non posso gareggiare in competizioni internazionali, se non come “Atleti del Comitato Olimpico Russo”. I russi in realtà hanno saputo resistere su più tavoli nel panorama sportivo mondiale: non nel calcio, dove i successi del “colonnello” Valeri Lobanovski (famoso per i suoi metodi durissimi di allenamento, tanto che Schevchenko quando arrivò al Milan dopo due ore di seduta atletica chiese quand’è che cominciava quella vera, suscitando lo stupore dei vari Maldini, Costacurta e compagnia bella…) sono rimasti un po’ sbiaditi. Ma nel tennis, con Sharapova prima e oggi Medvedev, oppure nel pattinaggio (Plushenko per un lustro ha dettato legge), e ancora nell’atletica con la formidabile Elena Isinbaieva, le eccellenze non sono mancate. Così come in alcune discipline storiche come pugilato (oggi Alexandr Usyk è il pluricampione mondiale dei massimi, degno successore dei Klitschko) e ginnastica artistica, dove le medaglie continuano a fioccare. Certo. I fasti degli anni ’70 e ’80 sono ben lontani, ma con la bussola del mondo spostata inevitabilmente verso occidente, anche lo sport orientale ha dovuto giocoforza uscire da quelli che erano i propri schemi di riferimento. Mondi all’opposto, col risultato di concedere un gap che peraltro è aumentato pensando anche alla forte espansione di realtà come Cina, Giappone e Australia, oggi più che mai ben piantate sulla cartina geografica dello sport mondiale.

 

(Credits: Getty Image)

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