QUANDO CARLO VERDONE RUBò L’ACCAPPATOIO DI VINCENT CANDELA

QUANDO CARLO VERDONE RUBò L’ACCAPPATOIO DI VINCENT CANDELA

QUANDO CARLO VERDONE RUBò L’ACCAPPATOIO DI VINCENT CANDELA

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Se l’amore porta a fare cose altrimenti impossibili, Carlo Verdone per Roma ha fatto qualcosa che nessun altro aveva mai fatto prima. Anche reinventarsi attore di una serie quando le primavere collezionate sono già 70, età che per un comune mortale è quella della meritata pensione e del riposo, ma che nel caso dell’artista della Capitale è solo un numero in mezzo a una carriera costellata di aneddoti, episodi, successi al box office e tanto, tanto divertimento, per sé e per gli altri. Verdone che a 70 anni si regala uno spaccato in chiave moderna del suo vissuto quotidiano è il segnale che qualcosa questo mondo, o meglio, questa città deve avergli lasciato. Non è un testamento spirituale, ma poco ci manca. E se la serie “Vita da Carlo” è anche e soprattutto un omaggio a Roma, allo stesso tempo è anche un omaggio alla Roma. La squadra alla quale ha votato il cuore sin dall’infanzia, da quando cioè assieme al fratello Luca e al papà Mario (che è stato calciatore discreto in terza serie) improvvisava partitelle in cortile con una palla fatta di fogli di carta o di stracci, se proprio un pallone nei paraggi non fosse disponibile. Anche se fu un compagno di banco a farlo diventare giallorosso: disegnò un calciatore intento a segnare a un portiere e promise di regalare quel disegno a Carlo, se solo avesse accettato di diventare tifoso della Roma. Promessa mantenuta.

 

LA RICONOSCENZA VERSO IL CAPITANO

Con la “Maggica” fu amore a prima vista, benché le origini paterne rimandassero ai Campi Flegrei. Anche se il primo incontro con uno dei suoi idoli d’infanzia, cioè l’attaccante Pedro Manfredini, fu alquanto bizzarro: avendolo visto a bordo strada, si avvicinò per dargli la mano, sentendosi rispondere di aspettare un attimo e di fargli “il palo” mentre lui se ne andava a… orinare dietro l’albero (d’altronde quando scappa… scappa). Poi tornò e gli strinse la mano, ma il trauma fu evidente per il giovane Carlo, che da quel momento assunse a nuovo idolo il buon Giacomino Losi. Che successivamente sarebbe stato rimpiazzato da Falcao, da Cerezo, dal principe Giannini, fino all’avvento di Francesco, quel Francesco lì, quello che ha rimesso Roma sulla cartina geopolitica del pallone.  Col quale peraltro ancora oggi il legame è viscerale: ha raccontato di recente di essere andato a casa sua e di essere rimasto scioccato da quanto fosse bella e lussuosa, ma che tutto quello era anche un segno dell’amore del capitano nei confronti di Roma e della Roma, poiché aver rinunciato alle sirene di Milan e Real Madrid furono il più grande atto d’amore che un giocatore potesse fare all’indirizzo della propria città, dei propri compagni e della propria gente.

 

L’ACCAPPATOIO RUBATO A CANDELA

Verdone segue la Roma da sempre, all’Olimpico (quando può), oppure a casa di Antonello Venditti o Giovanni Malagò, magari in compagnia di Pierfrancesco Favino o Enrica Vanzina. Una combriccola di tifosi giallorossi che non s’è mai persa di vista, nemmeno oggi che la quotidianità racconta le traversie di una squadra affidata a uno Special One, ma con una rosa che di speciale ha oggettivamente poco o nulla. Carlo non ha mai nascosto di essere un passionale, ma ha pure ammesso che quando sa di essere inquadrato dalle telecamere preferisce restare abbottonato, senza farsi cogliere in qualche esultanza o protesta fuori dal seminato. La Roma lo ha ricompensato come si conviene a un tifoso vip: dal 2014 Verdone fa parte della commissione “Hall of Fame” che sceglie a chi assegnare il titolo di ambasciatore della storia romanista. E lo ha sempre reso partecipe delle tante iniziative (anche benefiche) che vedono il club in prima linea. Lui, da buon tifoso, spesso si fa trascinare dal momento: ha raccontato di aver rischiato di sfasciare un televisore nello sciagurato 7-1 incassato in Coppa Italia per mano della Fiorentina, ma anche di aver rubato l’accappatoio a Vincent Candela durante la festa scudetto del 2001, mentre Capello da una parte della stanza ripeteva a chiunque gli passava davanti quanto avessero rischiato di gettare alle ortiche tutto il lavoro fatto con quella scriteriata invasione di campo a 10’ dalla fine. Quell’accappatoio è il cimelio di un giorno indimenticabile, forse irripetibile. E anche se Candela anni dopo gliel’ha richiesto indietro, Carlo di sicuro lo conserva in un posto che più al sicuro non potrebbe essere.

 

(Credits: Getty Image)

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