SANDRO CIOTTI “THE VOICE” E QUELLE MALEDETTE 14 ORE SOTTO LA PIOGGIA MESSICANA

SANDRO CIOTTI “THE VOICE” E QUELLE MALEDETTE 14 ORE SOTTO LA PIOGGIA MESSICANA

SANDRO CIOTTI “THE VOICE” E QUELLE MALEDETTE 14 ORE SOTTO LA PIOGGIA MESSICANA

56
0

Dici “The Voice” e pensi a Frank Sinatra. Dici “The Voice” e pensi a Sandro Ciotti. Qualunque sia il primo pensiero, la risposta non potrà essere mai sbagliata. Perché l’una come l’altra voce hanno qualcosa che trascendono tempo, spazio e dimensioni. Che poi Sinatra fosse anche il cantante preferito di Ciotti, questo sta solo a dimostrare che tra giganti ci si apprezza. E se a dirlo è uno che sulle spalle ha 40 festival di Sanremo fatti da inviato, un diploma di conservatorio in violino e una conoscenza musicale fuori dal comune, capite allora che tale investitura non può che essere reale e autorevole. Chissà allora se Sinatra, da buon americano di origini italiane, non abbia avuto il piacere di imbattersi in qualche radiocronaca dell’altra voce cantante. Fosse accaduto, di certo non sarebbe rimasto impassibile di fronte a quel suono roco che usciva dal trasmettitore. Lui come milioni di italiani di qualsiasi ceto ed estrazione sociale che per decenni letteralmente hanno penduto dalle labbra di colui che raccontava la più sacra delle rappresentazioni popolari del bel Paese, che poteva essere calcio tanto quanto ciclismo, atletica, motori o quant’altro. Le parole come stile di vita, lo sport declinato attraverso un modo di raccontare e proporre i fatti capace di estraniarsi del tutto da qualsivoglia contesto.

 

SOGNAVA DI GIOCARE NEL GRANDE TORINO

Che poi, diciamocelo, chi non ha mai provato in vita sua a imitare almeno una volta quella voce rauca e grattugiata? Ogni italiano maschio (forse anche donna) che tale si professi, quantomeno una volta ha provato ad essere Sandro Ciotti. Solo che essere Sandro era qualcosa che non rientrava nelle possibilità di alcuno. La voce è stato lo strumento col quale è entrato nelle case, nelle auto e nell’immaginario collettivo degli italiani, ma dietro quella scorza da duro, da divoratore di parole, da creatore mirabile di allegorie e metafore e di cantastorie (perché si, alla radio talvolta bisogna anche offrire qualcosa di più rispetto ai fatti spiccioli) c’era molto di più. Intanto un’infanzia tutto sommato felice, spezzata in due a 15 anni dalla morte di papà Gino, che di mestiere faceva il giornalista ma che si dilettava anche nel canotaggio, col Tevere che un giorno si dimostrò infido nell’affibbiargli una leptospirosi che in pochi giorni se lo portò via. Sandro voleva fare il calciatore, sognando di giocare nel grande Torino. Si dovette accontentare di fare la trafila nelle giovanili della Lazio e poi un’onesta carriera in giro per il centro Italia, tra campionati di seconda e terza serie. La sera poi, quando staccava dagli allenamenti, provava a mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti dal maestro violinista Corrado Archibugi presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, tanto da dilettarsi in alcune orchestre da ballo. La musica, più del calcio, era la sua grande passione. Ma quando a 28 anni decise di smetterla col pallone, anziché provare la carriera musicale si ritrovò catapultato in una nuova dimensione.

 

LE MALEDETTE E “BENEDETTE” 14 ORE SOTTO LA PIOGGIA MESSICANA

La terza via, quella del giornalismo, aveva fatto la sua comparsa già da qualche anni. Ma è nel 1958 che diventa il suo pane quotidiano: la RAI lo assume e gli affida rubriche destinate a trovare terreno fertile tra un vasto pubblico di appassionati: la rubrica “L’uomo del giorno” in Domenica Sport lo consacra al popolo dello sport, “L’Angolo del Jazz” e “Liscio” a quelli della musica e del ballo in generale. Il successo arriva però soprattutto grazie a “Tutto il calcio minuto per minuto” che all’inizio degli anni ’60 è già divenuto il programma più ascoltato dagli italiani. Ciotti è l’attore protagonista assieme ad Enrico Ameri, e l’Italia del pallone (e non solo) pende dalle loro parole. Seguirà come inviato 14 edizioni delle Olimpiadi, inclusa la drammatica giornata del 1972 a Monaco di Baviera, con l’attentato agli atleti palestinesi che sconvolge il mondo. E ancora 15 Giri d’Italia, 9 Tour de France, una trentina di Milano-Sanremo e tante, tantissime altre manifestazioni. L’ironia e l’arguzia con la quale racconta ciò che gli occhi vedono diventano a loro volta degli spaccati di cultura unici e irripetibili al tempo stesso. Ciotti è un favoloso narratore, prosaico e al tempo stesso preciso fino al dettaglio apparentemente più insignificante. E nel 1968, complici 14 ore passate sotto la pioggia a Città del Messico, si procura un edema alle corde vocali che gli cambia per sempre il tono di voce, offrendo al mondo quell’inconfondibile suono roco. Per un normale radiocronista sarebbe stata la fine. Per lui, semplicemente un upgrade verso la gloria eterna.

 

L’ULTIMA GRANDE ESCLAMAZIONE

E si che Ciotti continuerà nei successivi 30 anni ad essere l’uomo di punta della RAI. In radio, ma anche in TV: per 8 anni condurrà La Domenica Sportiva, e dio sa quanto gli duole dover annunciare in diretta, la sera del 3 settembre 1989, la scomparsa di Gaetano Scirea. Il suo ultimo grande appuntamento sono i mondiali del 1994: è a Foxboro quel 5 luglio quando Roberto Baggio firma all’88’ il pari contro la Nigeria, spedendo l’Italia ai supplementari in un drammatico ottavo di finale, poi risolto proprio da un altro rigore di Roby.

“Santo Dio, era ora!”

esclama Sandro dopo aver visto rotolare la palla in rete. Chiuderà con le radiocronache nel 1996, ritirandosi dalle scene fino a quando un male incurabile lo porterà via a soli 74, il 18 luglio 2003. Pochi mesi dopo se ne sarebbe andato anche Enrico Ameri, col quale magari adesso starà raccontando qualche altra gara da lassù, maledicendo lo spezzatino che ha tolto agli italiani quei pomeriggi domenicali fatti di tensioni ed emozioni.

 

(Credits: Getty Image)

(56)

Redazione Redazione SNAI Sportnews che tratta tutti gli sport, con le quote, presenti sul sito snai.it... VAI ALLA PAGINA AUTORE