FREDDIE MERCURY, LA REGINA CHE TIRAVA DI BOXE

FREDDIE MERCURY, LA REGINA CHE TIRAVA DI BOXE

FREDDIE MERCURY, LA REGINA CHE TIRAVA DI BOXE

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Ready Freddie! Quando il 12 luglio 1986 uno stuolo di fan si appollaiava sul prato di Wembley, pronto a godersi due ore abbondanti di musica sublime in uno dei concerti più memorabili della storia della musica moderna, due aste stavano a testimoniare ciò che nel mondo era tutto, fuorché un mistero. Perché Freddie era nato pronto, lui che era venuto alla luce sull’isola di Zanzibar perché il papà Bomi era un cassiere della segreteria di stato per le colonie britanniche. Non un’infanzia comune, insomma, ma abbastanza per farne da subito un prospetto in grado di plasmare a proprio piacimento l’arte e la vita dell’artista, con una spiccata curiosità che sin dalla più tenera età lo avrebbe portato a interessarsi di ciò per cui in seguito si sarebbe rivelato al mondo. Quel messaggio, “Ready Freddie!”, era musicale, ma fin troppo scontato: nessuno è mai salito su un palco più pronto di Mercury.

 

TRENT’ANNI DOPO, UN’EREDITÀ UNICA

Quando il 24 novembre 1991 la BBC annunciò in diretta la notizia della sua morte, da poco erano passate le 19. Giusto 24 ore prima, però, il mondo aveva scoperto ciò che molti già sospettavano da tempo, e cioè che Freddie fosse malato di AIDS. All’epoca, inutile girarci intorno, quell’ammissione era simile a una condanna a morte. Da qui a pensare che sarebbero trascorse appena 24 ore dalla sua dipartita terrena, però, nessuno lo avrebbe potuto mai credere reale. Trent’anni dopo quella malattia è trattata in modo ben diverso, tanto che agli occhi dell’opinione pubblica il coraggio mostrato da Mercury, capace di nascondere il virus per almeno 4 anni a un mondo che bramava dalle sue labbra, ha finito per renderlo ancora più unico del suo genere. Perché se a livello artistico e musicale Freddie era già di un altro pianeta, i successivi 30 anni dopo la morte hanno aiutato a scoprirne tratti sconosciuti ai più, ma tali da elevarlo ancor più nell’Olimpo. Anzi, nel giro degli dèi, come cantava già nel lontano 1974 (In the Laps of the Gods).

 

LA BOXE COME OBIETTIVO, IL TENNIS COME PASSATEMPO

Se il mondo della musica ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada una vera e propria icona senza tempo, magari il mondo dello sport indiano e più in generale britannico si domanda ancora oggi se non abbia perso un potenziale fenomeno, vista l’attitudine e la duttilità di Mercury nel riuscire ad eccellere in ogni campo in cui si è cimentato. Negli anni dell’adolescenza, trascorsa fino a 5 anni a Zanzibar, quindi in un college a Bombay (poiché la famiglia tornò in India), il giovane e futuro frontman dei Queen era uno degli atleti di punta della St. Peter’s Boys School. Inizialmente fu l’atletica la disciplina nella quale eccelse maggiormente, salvo poi diventare assiduo frequentatore della palestra e più in generale dei corsi di pugilato. Pur non dotato di un fisico possente, la sua rapidità di movimento ed esecuzione ne faceva un avversario tosto anche per coloro che si presentavano con qualche chilo e centimetro in più di altezza. La passione per la boxe esplodeva sovente quando tornava a Bombay, utilizzata poi di tanto in tanto come allenamento negli anni in cui amava tenersi in forma (soprattutto intorno alla metà degli anni ’80). Pugilato, ma non solo: il tennis, nella declinazione tradizionale e in quella da tavolo, a sua volta trovarono spazio nelle giornate meno mondane di Freddie. Col ping pong, di cui disponeva di più di un tavolo nella sua casa di Kensington, a detta di testimoni oculari era uno che ci sapeva fare, mentre la passione per il tennis lo portò a seguire spesso i principali tornei internazionali, con una predilezione per Wimbledon.

 

LA FOTO CON MARADONA

Di tutti gli sport che potevano essere accomunati a Mercury, ce n’è uno che non ha mai trovato terreno fertile nei suoi gusti: è il calcio, religione di stato in Inghilterra, ma disciplina mai sopportata dall’artista. Che pure una volta fece uno strappo alla regola, facendosi immortale con addosso la maglia da calcio della nazionale argentina poco prima del concerto che i Queen avrebbero tenuto a Buenos Aires l’8 marzo 1981. Accanto a lui, oltre agli altri componenti della band Brian May, Roger Taylor e John Deacon, nientemeno che Diego Armando Maradona, che per par condicio indossava una maglia con impressa sopra la Union Jack, la bandiera britannica. All’epoca non era ancora scoppiata la guerra delle Farlkland, né tantomeno era in embrione la “mano de Dios” che avrebbe riscritto (in parte) la storia del Pibe e di una faida infinita 5 anni più tardi. Uno scatto iconico, ma quanto mai casuale: di tutti gli sport di cui poteva parlare, il calcio era quello che meno di qualunque altro attraeva Freddie. Un pugile mancato, ma forse l’umanità se ne sarà fatta una ragione…

(Credits: Getty Image)

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