Gesti di Fair Play nella storia

Gesti di Fair Play nella storia

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Lo sport ad alti livelli è innanzitutto competizione, in altre parole un mix letale di adrenalina e ferocia predatoria o, per dirla in termini più politicamente corretti, “cattiveria agonistica”.

Quando CR7 punta un portiere pare una iena appena uscita da una dieta dimagrante a base di finocchio e zenzero. Quando Nadal uncina uno dei suoi diritti arrotati sembra scagliare stelle ninja contro il malcapitato avversario. È questo che rende un match o una corsa appassionante: la competitività, la furia e la determinazione di chi vuole primeggiare. Ma c’è un altro aspetto che fa dello sport una meravigliosa metafora della vita: ognuno di quei guerrieri che si danno battaglia su un campo o una pista ha sudato e sofferto per arrivare a quella competizione. E riconosce nell’avversario un uomo (o una donna) che si è allenato altrettanto, si è infortunato, ha patito sconfitte e cadute.

È da qui che nasce la sportività o, come dicono quelli bravi, il fair play. E quando un campione non si limita a vedere nell’avversario un ostacolo sulla strada per la vittoria, ma un coprotagonista, un compagno di viaggio, vengono fuori gesti di straordinaria generosità. E a volte rendono un campione ancor più grande di quanto dica il suo palmares.

Vediamone alcuni dei più celebri:

1. La spinta di Zanardi a Fontanari
Siamo nel 2012, a Venezia, per la Venice Marathon. Eric Fontanari, ragazzo tetraplegico di 17 anni, è al 25esimo chilometro, ma il vento si oppone, la giornata è fredda e per lui non è una prova facile, tanto che fatica moltissimo a continuare la gara. A sostenerlo, però, arriva Alex Zanardi, che in un primo momento prova a spronarlo a parole, ma poi, capendo che il giovane non ce la fa, lo spinge, poi lo trascina fino al traguardo e, infine, sgancia la handbike di Fontanari, permettendo a Eric di conquistare la vittoria.

2. I fratelli Brownlee
Ecco uno dei miei episodi preferiti in assoluto che oltre ad essere un fantastico esempio di fair play, è anche un bell’esempio di cosa vuol dire essere fratelli, roba che Caino e Abele e Romolo e Remo possono solo imparare! Isola di Cozumel, Messico 2016. Il triatleta britannico Jonathan Brownlee si sta giocando tutto per vincere l’ultima tappa del World Series di Triathlon, quando, a pochi passi dalla linea di arrivo, un brutto scherzo del destino lo blocca. Gli si annebbia la vista e il suo corpo si spegne come un ghiacciolo al sole. Ma dietro di lui c’è il fratellone Alistair che lo prende sotto braccio e insieme arrivano al traguardo. Pensate alla soddisfazione per un genitore poter gridare a pieni polmoni “quello è mio figliooooo!” e pensate quindi ai signori Brownlee che in un’unica volta si sono riferiti a tutt’e due.

3. Michael Phelps e la NON staffetta
Olimpiadi di Atene, 2004. L’allora diciannovenne Phelps, il più titolato nella storia delle olimpiadi, con ben 23 medaglie d’oro, ha appena vinto il quarto oro (e scusate se è poco). È il momento della staffetta 4×100 mista che vede gli statunitensi nettamente favoriti sul resto del mondo, cosa che avrebbe regalato il quinto oro per lo squalo di Baltimora, ma lui dice no. Niente quinto oro. Phelps rinuncia a partecipare alla staffetta per dare l’opportunità ad un compagno di squadra di salire sul podio. Mica si è i più titolati della storia delle olimpiadi a caso. E, come disse il gran Totò, “Signori si nasce…e io lo nacqui!”. Beh, lui c’è nato di sicuro!

4. Ivàn Fernandez Anaya indica la via
A chi di noi non è mai capitata quella persona che ci ha chiesto indicazioni stradali? Più o meno a tutti, oggi magari un po’ meno perché i navigatori sono così precisi da portarti proprio davanti alla destinazione, ma comunque continua ad accadere. Quindi chissà quante volte abbiamo mandato gente chissà dove chiedendoci poi se sia mai arrivata o se sia morta cercando quel posto. Mica tutti hanno avuto la fortuna di farsi guidare dal runner spagnolo Ivàn Fernandez Anaya. Siamo nel 2012 e l’atleta basco sta partecipando ad una gara di cross-country ed è in seconda posizione dietro al leader Abel Mutai con l’arrivo molto vicino. Entrati nella dirittura d’arrivo, il kenyano prende la strada sbagliata e lo spagnolo invece di approfittare dell’errore dell’africano e vincere la corsa, inizia a chiamarlo per indicargli la direzione giusta che nemmeno le migliori hostess di volo avrebbero fatto di meglio.

5. La borraccia che ha scritto la storia
Se si parla di fair play, possiamo non nominare quello che è l’esempio per antonomasia? C’era Coppi, c’era Bartali e c’era una borraccia. L’episodio lo conosciamo tutti, anche chi è nato molto dopo e lo conoscerà anche chi non è ancora venuto al mondo, ma rinfreschiamo un attimo la memoria. Tour de France 1952, ascesa al Col du Galiber. Coppi e Bartali, in un momento di stanca della corsa, si passano una borraccia con dell’acqua (non è ancora chiaro chi la passa a chi, ma si direbbe Bartali, che ha i due portaborraccia occupati, mentre Coppi è senza) e il fotografo Carlo Martini, che seguiva la corsa quel 4 luglio, ha immortalato il momento. C’è chi dice che il gesto sia stato fatto apposta su decisione del fotografo ma non è questo il punto. Se questa è l’episodio che è passato alla storia come IL gesto di fair play e ancora oggi tutti lo conoscono, è perché a noi amanti dello sport piace vedere che tra avversari si ha comunque un senso di correttezza e di aiuto.
Tanti episodi come questi sono stati vissuti e spero che ne vedremo ancora tantissimi altri, perché c’è differenza tra vincere per merito proprio e vincere per sbagli e debolezze altrui e se sei uno Sportivo, ma di quelli con la S maiuscola, allora sai anche che una medaglia è importante, ma senza onestà verso gli altri è solo un grosso ciondolo che ti mettono al collo.

(Credits: Getty Images)

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