GIGI PROIETTI E LA ROMA: L’AMORE PER LA “MAGGICA” IN UNA BARZELLETTA

GIGI PROIETTI E LA ROMA: L’AMORE PER LA “MAGGICA” IN UNA BARZELLETTA

GIGI PROIETTI E LA ROMA: L’AMORE PER LA “MAGGICA” IN UNA BARZELLETTA

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“Le prove sono posticipate di un paio d’ore. Scusate, ma c’è la Roma…”.

Le priorità nella vita di Gigi Proietti erano ben note a tutti: va bene il palcoscenico, va bene il set cinematografico, va bene tutto quel che volete, ma la “Maggica” veniva prima di tutto. Allo stadio, se gli impegni lo consentivano. Alla radio o in tv, dovunque si trovasse nel momento in cui il direttore di gara, quando il lavoro lo portava lontano dalla Capitale. Amore eterno celebrato nel 2002 dall’allora presidente Franco Sensi, che di Proietti era un grande estimatore e che, sull’onda dell’entusiasmo per i successi dell’epoca (era appena arrivato da pochi mesi il terzo storico scudetto della storia giallorossa, ad oggi anche l’ultimo conquistato dalla società capitolina), decise di nominare l’attore “Cavaliere dell’AS Roma”. Quella stessa società, oggi a trazione americana, che un anno fa, nel giorno della dipartita terrena di Gigi, lo celebrò con una semplice frase, quanto mai evocativa:

“Un pezzo di storia che se ne va, grazie Maestro”.

 

IL LEGAME CON I SENSI, LA RICONOSCENZA PER TOTTI

Proietti amava la Roma, e l’affetto era ricambiato. Sognava di vivere un’altra gioia prima di morire, tanto da ripetere ad ogni occasione per quasi due decenni se mai ci sarebbe stata un’altra festa scudetto da celebrare, dopo che nel 2001 ammise di essere tornato bambino nell’assistere alla trionfale conquista del tricolore da parte della squadra guidata in campo da Totti e Batistuta e in panchina da Fabio Capello. Soffriva in modo viscerale per quei colori, spesso riuscendo ad essere ironico come neppure il più istrionico dei tifosi sapeva fare.

“La Roma negli ultimi dieci anni è quasi sempre stata una tragedia! Ma noi che amiamo il teatro riusciamo ad amare anche lei”

disse nel 2016, commentando un’altra delle stagioni in chiaroscuro della sua squadra del cuore. Quella squadra che sentiva forse un po’ meno sua dopo l’addio della famiglia Sensi, avvenuto nel 2010, quando un pezzo di “romanità” se ne andò, finito in mano ai nuovi proprietari americani. E ancor più quando, nel 2017, con l’addio al calcio giocato di Totti, poi divenuto definitivo due anni dopo con l’uscita di scena anche a livello dirigenziale, anche quell’ultimo simbolo di Roma è venuto meno, togliendo anche ai romani qualcosa in cui identificarsi appieno. Totti e Proietti, il primo icona della Roma, il secondo icona immortale di Roma. Un duopolio che ancora oggi fa scendere la lacrimuccia ai romanisti.

 

L’OMAGGIO DEGLI ULTRAS LAZIALI

L’ironia tagliente dell’artista ha accompagnato tutta la sua meravigliosa parabola nel mondo dello spettacolo. Le sue barzellette hanno riempito le serate dei romani e non solo, spesso aiutando anche a riflettere o a descrivere bene le passioni dei suoi stessi concittadini. Così, parlando al tifoso che piange per l’assenza della moglie nel posto accanto a lui allo stadio, poiché deceduta, ci si accorge che più di ogni altra cosa per lui conta solo vivere quel momento. E alla domanda “perché non hai portato qualche parente con te al suo posto”, la risposta dimostra quanto l’amore per la Roma vada oltre ogni dolore:

“Perché sono tutti al suo funerale…”.

 


In quella risata un po’ amara c’era tutto l’amore di Proietti per la “Maggica”, capace di vere e proprie “Mandrakate” pur di presentarsi ai cancelli dell’Olimpico e assistere alle partite della squadra giallorossa, da far incastrare in mezzo a mille impegni lavorativi. La Roma era il suo amore di gioventù, la sua debolezza nei momenti più difficili, la sua gioia più grande nei pochi (ma pur sempre unici) momenti di felicità applicata al pallone. E a testimonianza della sua grandezza, basti pensare allo striscione che gli Ultras laziali, i grandi rivali cittadini, gli dedicarono proprio un anno fa, nel giorno del suo 80esimo compleanno, che fatalmente è coinciso anche con quello della sua morte:

“Ar cavaliere nero nun je devi cagà er c***o”

riprendendo uno dei suoi sketch più famosi. No, a Gigi nessuno poteva insegnare nulla. Perché è stato lui, più di ogni altro, a insegnare agli altri come vivere e come prendere la vita sempre col sorriso. A volte dolce, a volte amaro. Come un “Whisky maschio senza fischio”.

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