LEWIS HAMILTON DA STEVENAGE, A 37 ANNI IL FUTURO è TUTTO DA SCRIVERE

LEWIS HAMILTON DA STEVENAGE, A 37 ANNI IL FUTURO è TUTTO DA SCRIVERE

LEWIS HAMILTON DA STEVENAGE, A 37 ANNI IL FUTURO è TUTTO DA SCRIVERE

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Di Lewis Hamilton, più di tutte, sorprende una qualità: quella di far parlare di sé anche quando resta in silenzio, forse ancor più di quando apra bocca. O perché no, di quando dimostri di essere davvero il più talentuoso pilota della sua epoca, un concetto rafforzato dai 7 titoli mondiali in bacheca e dalle 103 vittorie e altrettante pole position ottenute in 15 anni di militanza in Formula Uno. Ma derubricare Lewis al solo rango di pilota sarebbe poco. C’è un mondo là fuori che lo ama (o lo detesta) per ciò che fa nell’abitacolo, ma quell’ingombro al britannico è sempre andato stretto. Per questo è diventato un paladino dei diritti delle minoranze, una lingua sempre pronta a dire la sua sui fatti più rilevanti della storia contemporanea, oltre che un amante della moda e dello showbiz, lo stesso dal quale talvolta ha fatto fatica ad affrancarsi. Certo, alla fine resta “solo” un pilota, almeno per gli appassionati. Molti dei quali hanno goduto nel vederlo detronizzato da Max Verstappen nel corso dell’ultima corrida mondiale. I detrattori hanno gioito, i sostenitori hanno maledetto la sfortuna, col botto di Latifi (e la relativa safety car) a rovinare i piani di grandeur di Lewis. Che da allora s’è chiuso in un silenzio ermetico, facendo credere al mondo che quella sia stata l’ultima gara della sua vita in Formula Uno. Peccato che nessuno se la sia bevuta.

IL PREDESTINATO CHE HA RISCRITTO LA STORIA

È vero, da quel 14 dicembre il mondo di Hamilton s’è come capovolto. Stavolta però niente collisioni con altre vetture: ha staccato i social, cosa assai inusuale per lui, ha fatto perdere le tracce e aperto mille interrogativi sul suo conto. Lewis però sa vendersi bene, e se qualcuno una volta disse che l’attesa del piacere può essere essa stessa il piacere, allora avete capito già che tutto questo è stato apparecchiato a dovere. Poco da stupirsi, insomma, quando di mezzo ci va il fenomeno di Stevenage, rivelatosi giovanissimo nel mondo dei kart, facilmente riconoscibile per via del casco di colore giallo (“Un omaggio a Senna”, dirà lui. In realtà era un modo escogitato dal papà per riconoscerlo meglio nell’allegra brigata dei kartisti) e acquistato dalla McLaren quando aveva appena 12 anni. Il papà Anthony, suo manager per più di un decennio, c’aveva visto lungo: era arrivato persino a indebitarsi pur di far correre il figlio sui kart, e l’azzardo è stato presto ripagato. Ron Dennis, il primo a intuirne le qualità, gli fece fare tutta la gavetta nelle serie minori prima di promuoverlo al fianco di Fernando Alonso (campione del mondo in carica) nella stagione 2007. Da qui a pensare che potesse battere subito l’asturiano, però, ce ne passava: accadde spesso in quella rocambolesca annata, aperta da ben 9 podi consecutivi (avete letto bene: 9) che per un esordiente rappresentavano (e rappresenteranno sempre) un battesimo inarrivabile. Un’annata decisa a sorpresa a Interlagos in un’ultima tappa mozzafiato, con la Ferrari di Kimi Raikkonen in grado di approfittare dei “dispetti” interni al team McLaren. Hamilton quel mondiale lo perse inabissandosi all’ingresso della pit lane nel Gran Premio di Cina, sbagliando tanto anche nell’ultima gara. L’inopinato ko. convinse i vertici del team a rispedire a casa Alonso e puntare tutto sul giovane rampante. Lewis adesso aveva il mondo tra le dita.

IL FUTURO NON PUÒ ATTENDERE

E l’anno dopo, pur a fronte di un’annata meno regolare, seppe riprendersi il mal tolto. È vero, senza la pioggia che negli ultimi due giri sconvolse la corsa di Interlagos (e dove sennò?) e le slick di Timo Glock, a far festa sarebbe toccato a Felipe Massa, l’idolo di casa. Hamilton gli strappò il mondiale dopo 38 secondi nei quali i brasiliani arrivarono a toccare il cielo con un dito, come non accadeva dai tempi di Senna. Quella vittoria sembrava l’inizio di un ciclo meraviglioso, ma invece determinò la fine della Formula Uno del tempo. Perché i nuovi regolamenti rimescolarono le carte e per 5 anni il buon Lewis dovette fare buon viso a cattivo gioco. Vinse 13 gare, ma senza mai lottare per il mondiale. E nel 2013 decise di salutare la McLaren e sposare il progetto Mercedes, di cui all’epoca in pochi potevano arrivare a pronosticare un dominio tanto marcato. Un binomio, quello tra Hamilton e la casa di Stoccarda, capace di riscrivere le pagine dei libri di storia come nessuno aveva saputo fare prima. E non solo per i 6 titoli mondiali (in mezzo c’è quello di Rosberg, che approfittò dell’unica annata con sbavature del britannico), quanto soprattutto per la dimostrazione di superiorità dimostrata in ogni frangente. È qui che il personaggio Lewis ha cominciato a scendere dall’abitacolo per abbracciare il mondo tutto attorno. Paladino di tante battaglie, s’è scoperto influencer ben più di quanto non dica la parola. E ha dato un impulso enorme al movimento Black Lives Matter, facendosi portavoce delle richieste di un universo sconfinato che in lui ha trovato ben più di un esempio. A 37 anni, il futuro di Hamilton è ancora tutto da scrivere. E se Verstappen gli ha usurpato il trono, c’è da credere che lui, nel silenzio in cui è piombato, sta già pensando a come riprenderselo. Magari non avrà troppa voglia di continuare a correre a lungo, ma quell’ottavo titolo mondiale non vuol farselo scappare. Per dimostrare a se stesso, prima ancora che agli altri, quanto è grande Lewis Hamilton da Stevenage.

(Credits: Getty Image)

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