FABRIZIO MEONI, UN RAGAZZO D’ORO CHE AMAVA LE MOTO E L’AFRICA

FABRIZIO MEONI, UN RAGAZZO D’ORO CHE AMAVA LE MOTO E L’AFRICA

FABRIZIO MEONI, UN RAGAZZO D’ORO CHE AMAVA LE MOTO E L’AFRICA

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Diciassette anni dopo, solo a pensarci viene ancora da star male. Anzi, viene proprio da non credere che sia tutto vero. Perché accettare la scomparsa di Fabrizio Meoni è esercizio difficile non solo per chi ama le corse, soprattutto quelle off-road. Di personaggi così, di talenti prestati dalla vita allo sport, non ne è pieno certo l’universo. E non si può che rimpiangere una delle gemme più preziose che il motociclismo abbia saputo offrire all’Italia e al mondo, capace di emozionare con imprese leggendarie sugli sterrati più impervi, oltre a portare un messaggio di pace e solidarietà ovunque l’esistenza terrena lo abbia condotto per 47 anni e spiccioli. Quell’11 gennaio 2005, nel deserto della Mauritania, i motori persero un’autentica stella. E non tanto per le vittorie (tante) riportate nei rally più duri che il mondo delle competizioni abbiano mai annoverato. Quanto per l’umanità e la voglia di vivere che Fabrizio trasmetteva. E la sua eredità ancora oggi è grande come non mai.

LA TRAGICA FINE, L’EREDITÀ PIÙ GRANDE

Pochi mesi fa la vita ha presentato un altro conto bello salato alla famiglia Meoni, che ha dovuto piangere la scomparsa di Chiara, la seconda figlia avuta con Elena (il primogenito Gioele lavora nel mondo della tecnologia applicata alla sicurezza nelle gare off-road). Quanto accadde nel 2005 è però ancora ben vivo nella memoria degli appassionati: durante la tappa tra Atar e Kiffa, in Mauritania, Meoni perse il controllo della sua KTM, con la quale stava gareggiando nell’ultima Dakar della sua carriera, trovandosi peraltro al secondo posto della classifica generale. La caduta fu violenta e gli procurò la frattura di due vertebre cervicali, con conseguente arresto cardiaco alla base della morte. Da quel momento, Fabrizio entrò di diritto a far parte del girone degli immortali, dei tanti piloti che hanno sacrificato la loro vita sulle insidiose dune del deserto africano. Ma la sua in fondo non era una causa fine a se stessa: oltre alla passione per la velocità, in Africa Meoni si era fatto portavoce di un’associazione da lui stessa fondata, denominata “In buone mani”, che aveva già contribuito all’epoca a realizzare una scuola a Dakar.

L’Africa mi ha dato tanto ed è giusto che io le restituisca qualcosa.

Dopo la sua morte, la fondazione Fabrizio Meoni Onlus ha proseguito la sua opera, ampliando i propri confini in altre aree geografiche toccate dal rally africano: in Senegal sta per vedere la luce una scuola dedicata a Fabrizio e Chiara.

L’AMORE PER I RALLY E QUELLO PER IL PROSSIMO

Castiglion Fiorentino, il paese che gli ha dato i natali, ancora oggi ricorda Meoni alla stregua di un figlio prediletto della sua terra, capace di fare del bene attraverso ciò che più lo rappresentava, cioè la passione e l’amore per le moto. La sua non è stata una carriera convenzionale: s’innamora giovanissimo all’enduro, gareggiando con una Ancillotti e scalando progressivamente le classifiche nazionali, fino conquistare i titoli in 125 e soprattutto, nel 1988, quello della 350, la massima categoria nazionale. Pochi mesi dopo però decide di darsi ai rally: in Perù, all’Incas Rally, arriva quarto e scopre una passione che lo accompagnerà per il resto della vita. In Sudamerica tornerà l’anno dopo, vincendo il primo off-road in carriera. Nel 1997 diventerà pilota ufficiale KTM e comincerà a partecipare alla Dakar, che lo vedrà vincitore nel 2001 e nel 2002 dopo il secondo posto ottenuto nel 1998 (e nel 2003 arriverà ancora terzo). Vittorie epiche, spesso a costo di infortuni che pure non gli impediscono di lottare con i migliori, mandando a referto autentiche imprese sportive. L’attività fuori dalle competizioni, con l’amore per l’Africa e la voglia di fare qualcosa per quelle popolazioni così deboli e fragili, lo spingono a promuovere una marea di iniziative. Quando nel 2005 decide di prendere parte all’ultima Parigi-Dakar ha già in mente tanti progetti per l’avvenire. Quella maledetta caduta lo costringono a rivedere i piani, ma l’opera della fondazione non verrà mai meno. La vittoria più bella di un ragazzo che amava le moto, ma che l’amore più grande l’ha riservato al prossimo. 

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