Maldini come Plant, grandi rifiuti di grandi uomini

Maldini come Plant, grandi rifiuti di grandi uomini

Maldini come Plant, grandi rifiuti di grandi uomini

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«Il Milan è sempre stato per me un affare di cuore e passione, la mia storia, quella di mio padre e quella dei miei figli lo dimostrano e nessuno potrà cancellare questo nostro legame con i colori rossoneri (…) Sarebbe molto più facile seguire l’emozione della proposta e dire di sì, senza pensare alle possibili conseguenze e partire a testa bassa in questa nuova avventura. Invece no, non posso, devo rispettare i valori che mi hanno accompagnato durante tutta la mia vita, devo rispettare i tanti tifosi che si sono negli anni identificati in me per passione, volontà e serietà, devo rispettare il Milan e me stesso». Sono le 15.33 dell’11 ottobre 2016 quando le parole di Paolo Maldini, via Facebook, piombano come macigni sulle speranze dei tifosi rossoneri. Il Capitano ha detto no perché Fassone non gli ha garantito autonomia decisionale sull’area sportiva, la cui responsabilità sarebbe comunque ricaduta su Mirabelli, Ds già ingaggiato proprio dal nuovo Ad. «Non avrei mai accettato di essere utilizzato come “la semplice bandiera”». Limpido, cristallino.

Al di là dei risvolti sulla futura società (quale ex campione accetterà mai di entrare in Via Aldo Rossi dopo che Maldini ha svelato il trucchetto di Fassone?), il Gran Rifiuto di Paolo è il rifiuto di uomo che va contro i propri sentimenti e una parte dei propri interessi. Il Milan è la sua vita, non a caso non ha mai accettato di lavorare in altri club anche se prestigiosi, come Chelsea e Paris Saint Germain – escludiamo il “giochino” dei Miami FC, la squadra della capitale della Florida che ha letteralmente fondato. E dire di no alla propria vita non è mai facile. Così come non è facile remare contro i propri interessi: la carriera di Paolo nel calcio dopo l’addio al campo (ormai sono passati oltre 7 anni) continua a non decollare. Maldini non è più un ragazzino, va verso i 50: non è detto che possa esserci un’altra occasione di entrare nel Milan. In nome dei «valori» e dell’«indipendenza di pensiero», il Capitano sacrifica moltissimo e io lo ammiro enormemente per questo.

Dopo aver letto il post di @paolomaldiniofficial, ho pensato a Robert Plant. Per chi non lo sapesse – il Dio della Musica vi maledica – sto parlando del cantante e frontman dei Led Zeppelin, una delle rock band più importanti di sempre. La suddetta band, sempre per chi non lo sapesse, ha cessato di esistere il 25 settembre 1980, giorno della morte del batterista e membro fondatore John Bonham. È capitato decine di volte che la storia di una band abbia subito una battuta d’arresto per la morte di un componente, basti pensare ai Pink Floyd post-Syd Barrett e ai Rolling Stones post Brian Jones. Quello che non è mai successo, per lo meno a certi livelli, è che la storia di un gruppo si sia definitivamente interrotta per la scomparsa di un musicista. Nel caso dei Led Zeppelin, il solo responsabile è il Signor Robert Plant, che da quasi quarant’anni dice no alla reunion con una tenacia e una coerenza leggendarie. Se si escludono rarissime occasioni (come nel 2007, per onorare la memoria del discografico che li lanciò), Bob ha sempre detto “no”, nonostante i suoi compagni si siano invece sempre dichiarati pronti a ripartire e nonostante le montagne di soldi che gli hanno offerto per dire “si”. Tanto per rendere l’idea, nel 2014 ha rifiutato 500 milioni di sterline (da dividere con i compagni) per tre concerti – proposti da Richard Brenson, il magnate della Virgin. “No”, sempre “no”. Per un motivo molto semplice: i Led Zeppelin erano quelli con Bonham. Morto lui, non potevano, possono e potranno mai più essere lo stesso gruppo. Per una questione di rispetto, nei confronti di se stesso, di John e soprattutto della band, la storia dei Led Zeppelin non poteva, può e potrà avere nuovi capitoli.

Come Maldini rifiutando il Milan, Robert Plant ha remato contro i propri sentimenti e i propri interessi. Gli Zep hanno inevitabilmente e indelebilmente segnato la sua vita, trasformandolo in una rock star planetaria, venerata in ogni angolo del mondo occidentale. Oggi resta la fama, ma non il seguito: ai concerti (bellissimi) di Plant partecipa un decimo delle persone che radunerebbero i Led Zeppelin a ogni show. E i suoi album (bellissimi) non ottengono che una minima parte del clamore che susciterebbe un nuovo disco con Jimmy Page e John Paul Jones. Ma i principi, i valori, per Plant hanno lo stesso significato che assumono per Maldini: valgono più di qualunque altra cosa, più di tutti i soldi del mondo e di qualunque gratificazione professionale. Paolo e Robert, così diversi per età, professione, attitudine, aspetto fisico, e così uguali come uomini. Due grandi, grandissimi uomini che meritano il nostro rispetto e la nostra ammirazione.

 

(Credits: Lapresse)

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Daniele Salomone Milanese classe 1979, è giornalista e direttore di Onstage - magazine, sito e pagine social di riferimento per la musica in Italia. Per Areaconcerti,... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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