COUNTDOWN: COLBRELLI 10, MARQUEZ 7, A QUALCHE TIFOSO 0

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Una striscia dei Peanuts è come un ricordo che non sbiadisce mai.

La felicità è una bella pagella

Il meglio e il peggio dello sport del fine settimana.

Sonny Colbrelli 10: l’epica resta forma d’arte ma non è più letteratura, da un pezzo. È diventata un frame. Da Omero ad Andrea De Luca e Alessandro Ballan. Le città si sono trasformate. Luna e cemento armato, luna e cemento armato. Alcuni lavori non li fa più nessuno. Il contadino, pensa te. La vita è un artificio. I capelli dei calciatori non si scompigliano mai, neanche se corrono per 10 chilometri in 90 minuti. L’epica non è più letteratura, è finita negli scatoloni. Prende polvere. Le storie della gente si raccontano in 2 minuti: foto e tweet. Foto e tweet. Invece l’Iliade, l’Odissea, la Parigi Roubaix. Achille, Ulisse, Calipso, Menelao, Andromaca, Aiace. Octave Lapize. Rick Van Loy. Francesco Moser. Fabio Cancellara. Uno come Sonny Colbrelli, per esempio. Con la faccia di fango, il cuore di ferro, l’anima svuotata. Ci vuole del tempo per leggere certe storie. Per raccontarle. Ci vuole del tempo infinito per scriverle. Mani coi calli, ginocchia sbucciate, pietre e sterrato. Dentro l’inferno. Fuori dall’inferno. Mentre i dj aumentano il pitch a velocità folli, chi le legge più, quelle storie? Là, dove c’erano muse a ogni colpo di vento, c’è ora solo il vuoto.   

Rennes 9: c’è del piacere sublime nello scoprire che Laborde e Tait non sono i nomi di un paio di profumi. Quando il Paris Saint Germain perde, godiamo in tanti. Sarà per quella irrimediabile banalità che ci vede simpatizzare con i più deboli. Con i più poveri. Perché è grazie a quei momenti che capita di credere che forse – davvero davvero – l’occasione migliore della nostra vita è lì da venire. Eddai, passerò mica lil tempo ad avvitare bulloni? Per alimentare i nostri personalissimi sogni abbiamo bisogno di condividere anche quelli degli altri.

Jannik Sinner 8: a 20 anni si è infilato nella borsa delle racchette il quarto torneo della carriera. Paganini non ripete, ok. Ma Sinner sì: a Sofia vince ancora lui. Monfils s’è preso qualche briciola ma nel piatto non gli era rimasto molto. L’italiano ha sfoderato tutto il repertorio: tergicristallo da fondo campo, a correre di qua e di là, poi una prima di servizio che è garanzia pressoché certa di punto assicurato. Il ritmo l’ha fatto lui, le ragnatele dagli angoli le ha tolte lui, i break li ha fatti lui, sotto pressione ci è finito l’altro. E’ diventato il quarto italiano di sempre a conquistare almeno tre titoli in una stessa stagione. In Bulgaria il passaggio a livello ha detto alt alla generazione di quelli prima. Avanti ai Millennials. Che il tennis sia a un punto di non ritorno è un dato di fatto. Poi, certo, non ditelo ancora a Djokovic.

Marc Marquez 7: è tornato, finalmente? Con calma, un passo alla volta. Intanto ha battuto un colpo, e che colpo. Lo spagnolo si conferma Capitan America (ha vinto 11 volte su 12: quasi strike) e comincia a bussare piano. Gli apriranno? Busserà ancora più forte. E se dovessero ignorarlo anche così, poco male. Marquez tirerà fuori il mazzo di chiavi, aprirà l’uscio ed entrerà da solo: «Signori, è pur sempre casa mia, vi siete scordati?» 

Imoco Conegliano 7: quarta Supercoppa di fila per le ragazze dell’Imoco. La striscia di vittorie consecutive è arrivata a quota 65. Però Novara non ha fatto comparsate né si è assistiti al dominio delle venete: solo nel terzo set non c’è stata storia, gli altri si sono chiusi sul filo e si sono decisi per dettagli. Egonu 24, dice il tabellone, ma non stupisce più: a volte – per lo strapotere che trasmette – ti chiedi com’è che quel 24 dello score non diventi 42. A naso, quest’anno, sarà un campionato più equilibrato.

Lazio 5: il rumore della sconfitta a Bologna controbilancia la dolce melodia della vittoria dell’ultimo derby. Ancora più della netta batosta che ha risollevato le sorti di Mihajlovic, colpisce la fragilità di una squadra che alterna prestazioni convincenti ad altre in cui si ha l’impressione che il Comandante (senza k, quello è il Blasco) va da una parte e la truppa da un’altra. Effetti della sbornia post stracittadina? Crollo mentale? Forse, anche. Il problema, però, pare essere un altro: alla lunga, se hai carenze di rosa o mancano sostituti all’altezza, rischi che tra ambizioni e obiettivi vi sia discrepanza.       

Ronald Koeman 5 e il Barcellona 2: l’insufficienza al tecnico è grave ma non gravissima, quella semmai va alla dirigenza blaugrana che sembra entrata di diritto nel trittico celebre che dava l’incipit alle barzellette: c’era tizio, caio e… La splendida epopea non poteva durare per sempre, l’eternità non è concessa a nessuno, ma una caduta simile – di tecnica, di tattica, progettuale, economica – non può fare assonanza con la storia gloriosa di un club che ha insegnato agli altri a fare calcio. Però, quando si arriva a questo punto, le corresponsabilità sono talmente tante che non ci sono colpevoli, solo capri espiatori. Appunto, Ronald Koeman.       

La colpa è dell’allenatore 3: Pietro Braglia ai saluti, così si vocifera dalle parti di Avellino. Il tecnico artefice di un capolavoro a tre quarti (gli irpini hanno sfiorato la promozione in B passando per i play off) è in procinto di fare i bagagli. Troppa distanza tra la squadra, coriacea, della passata stagione e quella abulica delle prime uscite di campionato. Lo scollamento tra l’allenatore e i calciatori pare evidente. «Abbiamo perso lo spirito dell’altr’anno», parole di Braglia. Finisce sempre così: non ne puoi cacciare 15, punti il dito su uno. Alla Viterbese salta Dal Canto. Al Saint Etienne rischi enormi per Claude Puel. Il Levante ha detto addio a Paco Lopez. Vale quello che scriveva Gianni Mura:

«Diceva un allenatore argentino: metto in campo benissimo i giocatori, il guaio è che poi si muovono».

Fanno bene i bambini a sognare di fare i calciatori.

A qualche tifoso 0: ancora i buu razzisti sui campi di calcio, ancora epiteti nei confronti di questa o quella razza. Smettetela: è anacronistico oltre che assurdo. Tu, uomo adulto che frequenti con regolarità gli impianti sportivi dove in 22 fanno rotolare una palla: ti consoli il fatto che tuo figlio non è come te, monocromatico e incupito. Lui vive una vita a colori. Vive una vita di tutti i colori. Bisognerebbe che siano i figli, a volte, a educare i genitori.

(Credits: Getty Image)

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