Report, le curve e il bagarinaggio della verità

Report, le curve e il bagarinaggio della verità

Report, le curve e il bagarinaggio della verità

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È un pessimo momento storico per la verità delle cose, uno vende verità che altri rivendono manipolandole. La libertà di stampa si ferma di fronte all’indisponibilità di troppa gente a voler conoscere i fatti che li riguardano o meno.

Di questo non si parla, di quest’altro neppure e se lo fai te ne devi prendere le responsabilità, accettare l’intimidazione, il fango, l’odio e la strumentalizzazione. Se lo fai devi essere più forte, ad esempio, di una considerevole massa di persone animate da uno spirito fazioso e animate dal fanatismo quasi religioso dei moderni talebani delle squadre per cui tifano.

In questi anni parlare di calcio è già particolarmente difficile, il tema degli ultras è storicamente sviluppato dalla stampa con timore e, ora che di mezzo c’è la Juventus, la squadra con più tifosi in Italia, affrontare l’argomento trattato dalle procure, riguardo al bagarinaggio e all’infiltrazione delle cosche mafiose nel tifo organizzato bianconero è una faccenda complicata perché nel raccontarla si entra in un meccanismo perverso che impedisce di essere solo narratori ma anche parte in causa. Con possibili ritorsioni.
In pratica la società ha venduto quote di biglietti ai capi curva, sapendo che li avrebbero rivenduti ad un prezzo maggiorato e avendo un rapporto sottomesso verso i personaggi al centro dell’inchiesta. Per questo Andrea Agnelli è stato condannato a 12 mesi di inibizione, poi ridotti a 3 in appello con multa di 100 mila euro e proscioglimento per non processabilità degli altri dirigenti.

L’inchiesta di Report ha messo in luce gli aspetti deteriori di un sistema calcio particolarmente vulnerabile e ha raccontato una vicenda riassumendone i contorni e definendone la portata, sottolineando che il filone legato alle curve bianconere è particolarmente rilevante e la trasmissione se ne occupa perché c’era un’inchiesta delle procure ma che la faccenda probabilmente interessa più curve in Italia. Non solo la Juventus.
Tra i vari soggetti intervistati da Report, particolarmente significativa la parte dedicata ad Andrea Puntorno, leader del gruppo ultras “Bravi Ragazzi”, considerato vicino alla cosca dei Li Vecchi e alla cosca calabrese dei Macrì, intervistato dal programma della Rai ha rivelato: «Il business c’è, facevo anche 25, 30 o 40mila euro. Mi sono comprato due case e un panificio. Non me ne sono mai occupato personalmente, ma c’era chi per me lavorava» e continua: «Da dove arrivano i biglietti? Lo sapete da dove arrivano, non ve lo devo dire io», confermando che la fonte è proprio la società.

C’è poi da collegare anche la tragedia del suicidio di Raffaello ‘Ciccio’ Bucci nel 2016, un gesto ritenuto non volontario dalla stessa famiglia e con il forte sospetto di istigazione al suicidio (si è lanciato dal cavalcavia di Fossano) o di omicidio per alcune tumefazioni e tagli incompatibili con la caduta.
Si indaga ma nonostante i riflettori puntati sulla questione è palese che gli affari della malavita non si siano interrotti e per questo la faccenda è di stretta attualità.
Eppure in questo orrore raccontato da Report il problema non è l’attività criminale ma il fatto che se ne parli, il concetto di rappresentatività e di appartenenza dei tifosi stessi che invece di inorridirsi augurandosi che le curve vengano ripulite, pensa prima a disprezzare la trasmissione e a manifestare disappunto perché si parla “solo” della loro squadra.

La preoccupazione dunque è come quella di certi genitori che si indignano per i comportamenti dei figli degli altri ma proteggono ipocritamente i propri, difendendoli da professori che li hanno sgridati. Magari arrivando anche a menarli.
Non c’è differenza, è una matrice culturale che fa parte dell’attuale società e non riguarda solo una ristretta cerchia sociale. La consueta domanda: “come mai si parla solo della Juve?” viene da più lontano e riguarda i sostenitori di ogni squadra che si vittimizzano perché agitano il tema della cospirazione soprattutto quando e se la loro squadra va bene.

Il macchinista non va mai disturbato e così i tifosi si sono puerilmente convinti che il mondo ce l’abbia con la loro creatura.
È una convinzione dei supporter di ogni squadra ma questa non è una giustificazione. Significa che oggi c’è solo diffidenza, causata da una profonda sfiducia verso tutto. L’epoca dei social ha accelerato un processo nichilista e manipolatorio della realtà, ognuno si costruisce la verità su misura, specie in un paese come l’Italia in cui le persone non leggono e si informano poco, attraverso siti che non verificano le notizie, cibandosi di fake news che vengono confuse con quelle vere. E’ difficile parlare di tutto ma non è ancora un buon motivo per lasciare strada all’indifferenza generale.

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e conduttore di RMC Sport è anche esperto di conduzione e comunicazione. Collabora con la medesima ... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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