ALEX SCHWAZER: LE CONFESSIONI DI UN UOMO FINALMENTE LIBERO

ALEX SCHWAZER: LE CONFESSIONI DI UN UOMO FINALMENTE LIBERO

ALEX SCHWAZER: LE CONFESSIONI DI UN UOMO FINALMENTE LIBERO

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Alex Schwazer, l’autobiografia. Dopo il traguardo c’è sempre il silenzio. Anche in mezzo a una folla che urla, perché un corridore sa come isolarsi nel momento in cui le gambe smettono di correre, le braccia si lasciano cadere come fossero due rami secchi, la mente resetta all’unisono tutta la fatica e lo sforzo profuso per raggiungere la meta. È in quel silenzio che un atleta ritrova la sua essenza più pura, l’intimità con se stesso, la soddisfazione per aver compiuto la missione che si era prefissato. Gioie e dolori, spesso è il cronometro a renderle tali. E il rumore della folla in quel momento non serve a nulla, se non ad anestetizzare il dolore. Si è comunque soli, dopo il traguardo. Spesso però lo si è anche prima di tagliare la linea d’arrivo.

LA VITTIMA DI UN SISTEMA NON PIÙ CREDIBILE

Di Alex Schwazer s’è detto e scritto tutto. Inutile dividersi tra chi ritiene che la sua sia una delle storie più distorte che l’atletica nazionale (e in generale lo sporti tricolore) abbia saputo raccontare e chi è pronto a buttarsi sul fuoco e ammettere che il complotto disegnato per farle fuori (lui come l’allenatore Sandro Donati) abbia colpito nel segno. Non ce n’è nemmeno bisogno, perché la Procura di Bolzano, con l’archiviazione del procedimento penale nei confronti del marciatore, ha dissolto in un amen i dubbi legati a ciò che Alex ha sempre sostenuto, e cioè che quanto accaduto il 1° gennaio 2016 fosse frutto di una macchinazione tesa a estrometterlo dai Giochi Olimpici di Rio 2016. Una sorta di vendetta nei confronti suoi e del suo stesso allenatore, che guarda a caso fu il suo primo accusatore 4 anni prima, quando il castello di Schwazer venne giù assieme alla confessione di aver messo a repentaglio la propria vita pur di doparsi autonomamente, accecato solo dalla voglia di essere ancora competitivo.

CAROLINA, LA TURCHIA, LA SOLITUDINE

L’autobiografia dell’atleta altoatesino non è il testo di un’accusa contro chi l’ha buttato giù dalla torre. È piuttosto il ritratto intimo di un ragazzo che s’è ritrovato star a soli 23 anni, dopo aver marciato verso la gloria nei Giochi Olimpici di Pechino, sbalordendo se stesso ancor prima che il mondo tutto attorno. Un trionfo di portata eccezionale, tale da accendere le luci di riflettori accecanti tra richieste di aziende per farne un testimonial unico e vincente (Kinder per un quadriennio ne ha fatto il volto di tutte le sue pubblicità) e una storia d’amore con un’altra campionessa giovane e cella, quella Carolina Kostner di cui nel libro parla solo che bene, impigliata come lui nella solitudine dell’atleta vincente che non può più prescindere dalla fama che lo precede. Una storia finita male proprio in concomitanza con la confessione shock del viaggio in Turchia, quello fatto all’insaputa di tutti per acquistare l’Epo che avrebbe poi utilizzato a ridosso delle olimpiadi. Una fase della sua vita raccontava senza entrare troppo nei particolari, ma offrendo abbastanza al lettore per immedesimarsi nella sofferenza dell’epoca.

Ero un tossico, andavo in Turchia per doparmi. Tenevo il telefono acceso anche di notte, per non far si che partisse la segreteria con la voce turca. Credevo di ragionare, ma in realtà stavo sragionando. Ed ero pronto a mentire, perché doparsi vuol dire mentire.

LA SECONDA VITA SPORTIVA DI ALEX

Dopo il traguardo” è figlio della sentenza della Procura di Bolzano, in controtendenza rispetto a quella della giustizia sportiva (la cui credibilità, va detto, è sotto un treno da un pezzo). Un’idea partita da lontano, tirata fuori dal cassetto proprio quando anche il mondo attorno ad Alex ha capito che il processo intentato dall’agenzia antidoping è stato il grimaldello per farlo fuori una volta per tutte. Niente odio o rancori, però, solo un racconto dettagliato di fatti, situazioni e stati d’animo, una sorta di memoria per le generazioni future nel provare a guardare oltre le incertezze e le avversità.

Non ho concesso spazio alle persone che mi hanno ferito o a chi è salito sul carro del vincitore per poi scendere appena le cose sono andate male. Ma l’estate scorsa ho voluto chiudere col passato e questo libro ne è la testimonianza più vera.

Oggi Alex è ben lontano dall’atleta di cui parla nella sua autobiografia. Sposato con Kathrin, padre di Ida e Noah, ha smesso di fare il marciatore, ma non il corridore: si allena quotidianamente per il semplice gusto di farlo, avendo riscoperto la passione che l’aveva spinto da giovane a praticare sport. E allena i podisti della domenica, quelli che durante la settimana tra una pausa e l’altra dal lavoro si preparano per qualche gara regionale o robe simile. Ha scelto di ridare agli altri ciò che lo sport gli ha insegnato. Perché anche quando ha sbagliato, Alex non ha mandato altri a giustificare i suoi errori. E adesso che è libero di professare finalmente la sua innocenza, anche il mondo attorno ha cominciato a guardarlo con altri occhi. Imprecando semmai per qualche medaglia sonante che un assurdo accanimento hanno sottratto a lui e al medagliere azzurro.

(Credits: Gety Image)

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