Gli Iron Maiden fanno impazzire l’Ippodromo SNAI

Gli Iron Maiden fanno impazzire l’Ippodromo SNAI

Gli Iron Maiden fanno impazzire l’Ippodromo SNAI

1.79K
1

Sono senza voce, con la testa che mi scoppia, le gambe ancora poco scattanti, ma non posso non condividere con voi la storica serata di ieri all’Ippodromo SNAI di Milano, dove io e altri 17.000 fans abbiamo preso parte al concerto dei mitici Iron Maiden.

Partiamo dalla fine: ore 1,00 di notte in un pub a Milano, io e Marco C (mio collega all’ufficio quote di SNAI) ci mangiamo un panino post concerto dopo ore di digiuno. Quello che ci siamo detti io e lui durante le quasi due ore di spettacolo e durante tutto il tragitto in macchina verso il pub, lo sentiamo dire ad altri ragazzi (beh diciamo ragazzotti sulla 40ina e oltre) seduti vicini a noi e al bancone del pub: “Sono pazzeschi, suonano come 20 anni fa, Bruce sembra un ragazzino e gli altri non sono da meno. Dai ma nel 2018 chi ti suona come loro?”. Eh sì è proprio vero, tutte le mie aspettative per un concerto che mi mancava da 18 anni (l’ultima volta che vidi i Maiden era il 2000 a Monza) sono state largamente superate. Per intenderci: mettete su il cd di Live at Donington dei primi anni 90… beh i Maiden hanno suonato pure meglio.

Ripartiamo dall’inizio: ore 18 ci si trova in un baracchino vicino all’ingresso dell’Ippodromo SNAI in piazzale Lotto. Birretta, quattro chiacchiere con altra gente e battutine tipo “ah ma stasera non c’è mica Rihanna? A no allora torno a casa”. Ci avviamo verso il serpentone per entrare nell’area concerto del Milano Summer Festival. L’organizzazione dell’Ippodromo SNAI è impeccabile: in pratica non facciamo nemmeno fila, tutto scorre rapido e mentre il verde del campo del galoppo ci si staglia davanti, all’orizzonte si sentono i The Raven Age, gruppo del figlio di Steve Harris che dal vivo hanno il loro perché. Mi giro e vedo quello che mi aspettavo: pubblico fra i 35 e 55 anni, pochi giovanissimi e qualche bimbo portato in spallucce dai loro papà che non possono che tramandare l’amore per questa straordinaria band. Quindi, mentre il sole comincia piano piano ad abbassarsi tocca a Mark Tremonti, ex Alter Bridge. I watt aumentano e la febbre per i Maiden sale.

Prima scenografia, non posso sbagliarmi, è lo sfondo di Aces High. “Partiamo bene” dico al mio compagno di avventura. Parla Churchill col suo solito discorso…. “we will never sudderder!”. Booom!!!! Entrano i Maiden e attaccano le chitarre di Smith, Gers e Murray, la batteria di McBrain e il basso di Steve Harris. Poi arriva lui col caschetto da aviatore anni 40: Bruce Dickinson. Non sbaglia nulla e sarà così per tutta la serata, senza star fermo mezzo secondo, correndo avanti e indietro per il palco come è solito fare. Ogni pezzo una scenografia è differente ed è giusto che un pensiero vada a tutto il loro team. Perché i Maiden sono una macchina, un vero esercito e chi c’è dietro al palco ha il suo merito. Per rimanere in tema, tocca a Where Eagles Dare, ed ecco che un aereo gigante si staglia sopra la testa di Bruce. Che dire, un pezzone che solo i Maiden potevano inventarsi. Quindi è il turno di The Clansman (con Bruce che sventola la bandiera italiana sguainando una spada insanguinata) e lo storico The Trooper con un Eddie di almeno 10 metri che combatte con Dickinson.

Non c’è un minuto di sosta, i ragazzi di Londra (immancabili i fans con la maglietta del West Ham e anche qualche coro “I’m forever blowing bubbles” inno proprio della squadra dell’East End) non mollano il colpo. Bruce intona il suo classico “scream for me, Milano!” e tutti noi lo accontentiamo. Revelations è una chicca che non mi aspettavo e che mi ha fatto davvero contento. Poi, mentre lo sfondo diventa una cattedrale, trittico di pezzi “nuovi” come For the Greater good of Good, The Wicker Man e The Sign of the Cross con la stage tutto rosso e Bruce che canta tenendo un mega crocifisso in mano. La gente partecipa nonostante sappiamo bene quanto da No Prayer for the Dying in poi i Maiden (almeno da studio) si sono affievoliti. Ma non dal vivo, amici miei, live anche questi pezzi hanno reso da matti e mi hanno gasato facendomi perdere la voce.

Si arriva verso il gran finale: Sullo sfondo c’è un uomo alato e ovviamente parte Flight of Icarus altro pezzo di storia. Un Bruce con i lanciafiamme a braccetto verso The Number of the Beast e Iron Maiden. I nostri eroi salutano quasi timidamente perché tutti sanno che arriverà il bis: e che bis! The Evil that Men Do, Hallowed be Thy Name e il gran finale con Run To The Hills.
I 17.000 dell’Ippodromo SNAI (non potevo aspettarmi location migliore) usano le ultime energie per urlare nel cielo milanese il loro amore per i Maiden. Bruce chiude facendo esplodere una carica di dinamite e via di fuochi d’artificio. Quasi due ore incessanti, perfette a livello strumentale e canoro, spettacolari a livello scenico. Tutti bravissimi ma ovviamente la scena se la prende lui: Bruce Dickinson, 60 anni il prossimo 7 agosto, un cancro sconfitto come fosse un giochetto da 4 soldi e quella voce che è sempre perfetta, instancabile, potente e melodica allo stesso tempo. Lui che ha fatto grandi i Maiden di Paul di Anno e li ha ripresi per i capelli dopo la parentesi di Blaze Bayley. Stanco ma felice esco dall’Ippdromo SNAI e anche qui nessuna coda nonostante l’area concerto fosse stracolma. È un bene perché sono davvero ko dopo due ore a urlare, saltare e pogare. Una serata perfetta difficile da dimenticare.

Up the Irons!

(1790)

Marco Perciabosco Nato a Milano e per questo indottrinato fin dalla nascita da mio padre alla "malattia" per Inter e Olimpia. La passione e l'amore per il football amer... VAI ALLA PAGINA AUTORE

Commento(1)

LASCIA UN COMMENTO

LOGIN REGISTRATI