Sparendo a 7000 giri: Le Mans ’66

Sparendo a 7000 giri: Le Mans ’66

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C’è un momento, a 7000 giri, in cui tutto svanisce. La macchina diventa senza peso. Scompare. Resta un corpo che attraversa lo spazio e il tempo. Così “Le Mans ’66 – La Grande Sfida”, ci mostra un’epoca dai contorni un po’ sfumati, che vista con gli occhi del Duemila appare simile a quella della corsa allo spazio. Ingegneri, meccanici, collaudatori e visionari, tutti insieme impegnati a dare forma a un sogno: vincere con un’auto americana la durissima corsa delle 24 ore di Le Mans.

Un’idea scellerata, che però potrebbe rivelarsi anche quelle giusta per continuare a dare lustro all’industria di famiglia. Travolto dalla concorrenza, a Henry Ford II non resta infatti che affidarsi a un colossale piano B per rilanciare la società fondata dal nonno. Quelle vetture costruite per la sua America sono funzionali, realistiche, forse efficienti, ma hanno troppo poco appeal per la gioventù, che invece, desidera fantasticare di percorrere le highway statunitensi con le fuoriserie prodotte nella Vecchia Europa. Pur con lo scetticismo diffuso dei vertici aziendali, la scelta di entrare nel circuito delle corse automobilistiche potrebbe essere la mossa vincente per i veicoli Ford. Una grande scommessa che passa però per un azzardo: sfidare il Cavallino Rampante sul suo terreno preferito. Perché, lì a Maranello, dall’altra parte dell’Atlantico, non si fabbricano delle semplici macchine, ma dei miti a quattroruote, disegnati e assemblati con una certosina perizia che nel Michigan possono solo invidiare. D’altronde quelli del Commendatore sono purosangue rossi, fiammanti e soprattutto vincenti, non certo le brutte carrette tirate su da un gruppo di burocrati con lo sguardo rivolto più ai meccanismi del capitalismo che ai risultati.

Le ambizioni di Ford incrociano così la realtà di Carroll Shelby e del suo team di meccanici. Nessuno più dell’unico americano che ha vinto a Le Mans ha le credenziali adatte per realizzare l’auto perfetta, ma Shelby è consapevole che un lavoro del genere può girare davvero al massimo della potenza solo con l’aiuto di Ken Miles, il suo miglior collaudatore, maniacale e scrupoloso, ma alquanto inquieto. Insieme, in quelle officine ai margini dell’aeroporto cittadino, fanno quadrato per realizzare la mitica GT40. L’auto in grado di mettere fine a qualsiasi obiettivo di supremazia della Ferrari. Tuttavia Miles, con quella sua immagine da rude outsider di provincia mal sopportata dalla scuderia dell’Ovale Blu, è presto estromesso da un progetto che lui stesso ha contribuito notevolmente a sviluppare. Ci vorrà tempo, dedizione e necessari smussamenti di carattere a riavvicinare i due amici, che, da perfetti avventurieri, assemblano a loro somiglianza il proprio bolide, armati di una determinazione al limite dell’ossessione.

Nella sfida in velocità di Ford e Ferrari – dal titolo originale del film “Ford Vs. Ferrari” – va in scena una nuova frontiera del Sogno Americano, che il regista James Mangold ha trasmesso nell’epica di due personaggi, Carroll e Ken, rispettivamente Matt Damon e Christian Bale, in perenne lotta contro il sistema dei colletti bianchi per assaporare quel momento di gloria che sembra essergli negato dagli eventi. Nel farlo si scontrano non solo con la dirigenza miope, ma anche contro le leggi della fisica, contro le leggi del mercato e pure contro la fierezza di Enzo Ferrari. Da tale divisione di mondi, come dalla relativa ostentata divisione di filosofie esistenziali tra il modello Ford e il modello Ferrari – uomo d’élite il primo, caparbio l’altro – si colgono i contrasti insanabili del mondo delle corse. In questo confronto tra spettacolarizzazione e orgoglio, Shelby e Miles si trovano nel mezzo, sperimentando adrenalina e insofferenza in egual misura per portare avanti la propria idea di auto imbattibile.

Quando il motore compie evoluzioni fino a quel momento ritenute impossibili e i freni sembrano sciogliersi come burro, il pilota e la macchina finiscono per completarsi a vicenda, indispensabili quanto vitali l’uno per l’altro. In palio non c’è solo la vittoria di una gara tanto rocambolesca quanto combattuta, ma il riscatto di una vita intera che in più di un’occasione ha deciso di virare per altre tangenti. Quella di Shelby, che da campione si ritrova a vendere auto per via di un problema cardiaco, quella di Miles che cerca di sfuggire dal lastrico per assaporare tutti quei sogni rimasti incompiuti, entrambe lontane e inarrivabili per i grandi capi, che nella competizione trovano anche con l’inganno l’ennesima conferma della propria fortuna.

Cercando di battere in velocità quella superbia che vogliono mettere all’angolo, i due protagonisti comprendono però il volto più inflessibile dei propri alleati. Incapaci di considerare le dinamiche più sincere di una passione per i motori a tratti totalizzante, Ford e la sua dirigenza non hanno che velleità opposte, finendo per rivelarsi come l’avversario più difficile da battagliare. In questa lotta di emozioni, nervi tesi e traiettorie calcolate al millesimo di secondo, non resta che lanciarsi a pieni giri per provare il brivido di guardare il mondo rimpicciolirsi nello specchietto retrovisore. Scomparendo tra l’asfalto e le nuvole.

 

(Credits: Getty Images)

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