Sanremo 2021 | Chiusura con triplice fischio

Sanremo 2021 | Chiusura con triplice fischio

Sanremo 2021 | Chiusura con triplice fischio

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La musica è finita, gli amici se ne vanno. Calato così anche quest’anno il sipario sul palco del Festival della Canzone Italiana, con tutto il suo inevitabile seguito di imprevisti e possibilità, la stimolante fruizione del telecomando può riprendere ora con ritmi più variegati. A spuntarla a sorpresa su tutto e tutti, forse anche su loro stessi, sono stati in ultimo i Maneskin. Arrivati inaspettatamente sul podio in un triello difficile da preventivare, insieme al sempre gettonato Ermal Meta e alla coppia, altrettanto inattesa, Francesca Michielin – Fedez, il gruppo romano è stato eletto a furor di sms vincitore della 71° edizione di Sanremo.

Quando l’orologio aveva ormai battuto le 2 di notte, la classifica finale era già stata ben ribaltata a puntino da chi ha un pubblico già abituato al televoto. Alessandro Borghese in effetti non potrebbe che impallidire di fronte ai rovesciamenti sostenuti in particolare da Chiara Ferragni e dai suoi 23 milioni di follower che hanno lanciato in vetta il brano “Chiamami per nome” richiamandolo dalla parte bassa dei risultati parziali. Il giudizio del pubblico da casa, invero, ha promosso e bocciato molti dei partecipanti alla manifestazione canora, creando così delle piccole rivoluzioni che hanno fatto strabuzzare gli occhi a molti telespettatori. Così, se Willie Peyote è scivolato al sesto posto – il rapper torinese ha fatto comunque suo il Premio della Critica con “Mai dire mai (La locura)”, quando in molti lo vedevano già in forte odore di podio -, Noemi, altra plausibile contendente, è andata ancora più giù fino a raggiungere la quattordicesima posizione.

Scompigli poi anche per Max Gazzé, Malika Ayane, Annalisa, gli Extraliscio, Ghemon e pure per Francesco Renga, la cui interpretazione, passaggio dopo passaggio, non ha mai fatto realmente grandi proseliti. Ancora, il duo Colapesce Dimartino non ha agganciato il quinto posto che si era ironicamente auspicato, ma un più audace quarto e il premio Lucio Dalla assegnato dalle radio e dal web, mentre Madame si è aggiudicata il premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo. Chiudono poi da fanalini di coda i numeri di Gio Evan, Random e Aiello, la cui ormai famosa frase “sesso e ibuprofene” si è trasformata in queste serate canterine in un vero e proprio tormentone.

Riavvolgendo quindi il nastro di quanto visto in quasi 30 ore di Festival in diretta, spalmato su cinque lunghe serate, senza contare tutto il possibile corollario, ciò che è rimasto ai posteri è stato uno show un filino scollato dalla realtà degli eventi, che ha cercato di mettere tutti d’accordo in un periodo dove a regnare sovrana è stata soprattutto la discordia. A conti fatti, 26 canzoni proposte in mezzo a sketch, riempitivi, ospiti e sinceri momenti di sbaraglio assoluto, sono finite per diventare davvero troppe da reggere in un colpo solo. La vittoria dei Maneskin nelle loro tutine attillatissime, rock o non rock che sia, ha premiato infine una performance ogni volta pensata per essere un tutt’uno col programma televisivo che in fondo è Sanremo. L’esperienza accumulata sotto le telecamere di X Factor e una buona esposizione mediatica hanno poi fatto il resto. La rivoluzione forse può ancora attendere, ma qualche leggero segnale è stato ormai lanciato per quanto ha ancora da venire.

Amadeus e Fiorello ne escono così eterni campioni di nazionalpopolarità, in una strana congiuntura in differita di qualche decennio tra classico e moderno ancora tutta da perfezionare. Prima di mettere però sotto naftalina poltrone, orchestra, fiori e battute imbarazzanti, tra le tante parole spese anche un po’ a casaccio sul palco dell’Ariston quelle finali di Zlatan Ibrahimovic sono state pronunciate tradendo un’emozione difficile da nascondere anche per il solito volto imperturbabile del bomber svedese. Ibra, svestendo gli strani panni del comico con l’accento da duro, si è tolto per un attimo la corazza del supereroe per raccontare, a suo modo ovviamente, una visione del gioco e della dedizione valida tanto in campo, quanto nella vita e, perché no, anche a Sanremo. “Sono Zlatan quando vinco e quando perdo, ho fatto più di 500 gol, ne ho anche sbagliato qualcuno. Pochi… Qualche rigore è andato male, ma il fallimento non è il contrario del successo: è una parte del successo. Ognuno di voi può essere Zlatan e io sono tutti voi”.
E con questo, il Festival ha emesso, ancora prima di decretare il vincitore, il suo triplice fischio per pareggiare i conti con la propria mitologia. Almeno per un altro anno.

 

(Credits: Getty Images)

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