GIANNI CLERICI, “SCRITTORE IMPRESTATO ALLO SPORT” CHE HA RESO IL TENNIS POPOLARE

GIANNI CLERICI, “SCRITTORE IMPRESTATO ALLO SPORT” CHE HA RESO IL TENNIS POPOLARE

GIANNI CLERICI, “SCRITTORE IMPRESTATO ALLO SPORT” CHE HA RESO IL TENNIS POPOLARE

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Gianni Clerici è uno scrittore imprestato allo sport.

Italo Calvino ebbe l’occhio lungo nel capire chi fosse davvero quel giovane sportivo amante della racchetta, passato persino per i campi di Wimbledon nell’immediato dopoguerra ma divenuto grande attraverso la penna. Quando scrivere era davvero un modo per esaltare il mondo che circondava le persone, quando raccontare partite era la scusa per far capire agli appassionati che lo sport era esso stesso uno spaccato della loro vita, un fugace ma delizioso intermezzo nel cuore di una giornata.

Gianni Clerici l’aveva capito prima di qualunque altro individuo gli ronzasse accanto: il tennis era la sua passione, e per renderla permanente pensò bene di farne la propria ragione di vita. Perfettamente calato in una dimensione che ha saputo e voluto condividere col mondo intero, consapevole forse del ruolo di ambasciatore che pur senza una investitura ufficiale la racchetta gli aveva affidato. E sapere che da qualche ora non è più su questo pianeta fa riaffiorare alla memoria una marea di ricordi, non solo in chi s’è visto accompagnare per decenni dai suoi scritti e dalle sue telecronache, ma anche da chi ne ha sentito parlare da qualche tifoso un po’ più attempato, che senza Clerici e altri giganti della sua epoca magari mai si sarebbe appassionato così tanto a questo sport.

UNA CARRIERA FUGACE, MA PROPEDEUTICA AL SEGUITO

Quando nel 2006 venne introdotto nella International Tennis Hall of Fame di Newport, secondo italiano di sempre ad ottenere un simile onore (il primo, manco a dirlo, Nicola Pietrangeli), il mondo si accorse una volta di più della sua grandezza. Ma che Clerici fosse un gigante non c’era bisogno che lo dicessero gli americani, da sempre attenti osservatori e un po’ snob del mondo della racchetta. Perché quando Gianni si dilettava nel gioco, ancora dall’altra parte dell’oceano dovevano ben comprendere la portata di quella disciplina.

Da atleta invero le sue vittorie più importanti non uscirono dai confini nazionali: due titoli juniores in doppio, in coppia con Fausto Gardini, una “Coppa de Galea” vinta a Vichy nel 1950 e una “Monte Carlo New Eve Tournament” messa in bacheca nel 1952, preludio al biennio nel quale prese parte al Roland Garros e a Wimbledon entrando direttamente nel tabellone principale, ma uscendo al primo turno in entrambe le occasioni. Una gloria fugace cui però pose decisamente rimedio pochi anni dopo, quando capì che la sua vocazione non era tanto quella di giocatore, quanto piuttosto quella di giornalista e narratore. Anzi, per dirla con le parole di chi ha avuto la fortuna di accompagnarlo per tanti decenni, quella di cantastorie.

L’OSSERVATO ARGUTO, L’ORIGINALITÀ DEL SUO RACCONTO

Perché gli articoli di Clerici somigliavano tanto a dei veri e propri racconti letterali, nei quali magari si faceva fatica a scorgere il punteggio statistico del match (a quello badava il suo compagno di telecronache Rino Tommasi, l’addetto ai numeri e alle curiosità), ma dove si poteva venire a conoscenza di tante storie che magari col tennis non c’azzeccavano un’acca, ma che erano talmente belle e dense di significati che in realtà davano lustro all’articolo stesso. Il soprannome di “dottor Divago” coniato per lui da Tommasi calzava a pennello: Clerici era il classico numero 10 “prestato” al tennis, pronto a svariare in ogni angolo del campo. Ma era anche e soprattutto un attento osservatore e conoscitore del gioco, dote che gli permetteva spesso di scorgere in anticipo i talenti del domani.

Accadde così che nel 1987 fu tra i primi a intuire le qualità di Pete Sampras, arrivando a suggerire a Sergio Tacchini (all’epoca marchio d’elite che sponsorizzava i migliori tennisti al mondo) di prenderlo sotto la sua ala. Non così fece con Boris Becker, che inizialmente ammise di aver sottovalutato, prima di farne uno dei suoi beniamini. Ma l’elenco dei tanti giovani tennisti scovati nei tornei Juniores è lungo e sconfinato e hanno reso Gianni uno dei massimi esponenti del tennis mondiale, riconosciuto e apprezzato in ogni angolo del pianeta e in ogni torneo che aveva il piacere di ospitarlo.

NEMMENO LA TV HA SAPUTO IMBRIGLIARLO

Penna arguta e mai banale, svezzato in simbiosi con l’altro Gianni del giornalismo sportivo italiano (ovvero Brera, che lo volle con sé a Il Giorno), la fama di Clerici ha un certo punto è diventata tale grazie ai suoi racconti trasmigrati dalla carta alla tv, dove in coppia con Tommasi ha dato vita al tandem più grande che la storia dello sport italiano abbiamo mai avuto il piacere di ascoltare.

Dialoghi celebri, nuove terminologie (da “doppio errore” a “semiriga” fino a “erba battuta”, utilizzata per descrivere lo stato del prato di Wimbledon nei giorni finali del torneo), siparietti unici (iconico il “Bongo Bongo Bongo” cantato in apertura di telecronaca, sapientemente rivisitato e adattato al contesto), risate ma anche pillole di assoluta competenza e verità. Una voce iconica, a tratti quasi incerta, ma sempre capace di tenere desta l’attenzione del pubblico, che spesso guardava le partite più per il piacere di ascoltare i due commentatori che non la partita stessa.

Da un po’ di anni ormai anche il tennis è cambiato, e con esso il modo di raccontarlo, ma a Gianni tutto questo non dispiaceva. Forse la magia dei suoi racconti è figlia anche di un’altra epoca, ma i tanti libri che ha lasciato e le perle di ironia, saggezza ed astuta fantasia che ha consegnato ai posteri ne sapranno raccontare sempre egregiamente le gesta.

(Credits: Getty Images)

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