Djokovic
Ai posteri il 2022 del tennis mondiale verrà tramandato come uno degli anni più sorprendenti e per certi versi difficili da pronosticare alla vigilia. Un mix di resilienza (i due slam vinti da Nadal ne sono la riprova) e di nuove vibrazioni, con l’ascesa di Alcaraz e i tanti vincitori dei Masters 1000 a dimostrare che l’equilibrio è tornato ad essere un fattore, e non un optional come da 20 anni a questa parte.
Ma quando qualcuno leggerà le cronache del 2022 si ritroverà a fare i conti anche con lo strano caso di Novak Djokovic, che pur rimanendo indiscutibilmente il miglior giocatore al mondo dovrà ancora una volta restare a guardare gli altri darsi battaglia per conquistare il quarto e ultimo titolo stagionale. Un’esclusione, quella del serbo, sacrificata sull’altare di una libertà di pensiero e di opinione che pure il mondo della racchetta ha finito per mettere in un angolo, lasciando che fossero altri, cioè i governi dei singoli paesi, a decretarne l’impossibilità di scendere in campo.
Alla fine però, così facendo, a rimetterci è sempre e solo il movimento tennistico internazionale, perché due slam su quattro senza Djokovic sono un fardello che forse l’ATP ha sottostimato di poter portare sulle spalle.
UNA STAGIONE COMPROMESSA: ATP FINALS LONTANE
Al balletto circa la reale possibilità che Nole potesse entrare negli Stati Uniti, e dunque prendere parte agli US Open, nessuno ha mai creduto per davvero. Una farsa messa su alla pari con quella che ha visto gli organizzatori del torneo inserire il serbo come testa di serie numero 5 fino a mezzora prima del sorteggio del tabellone principale. Le leggi vigenti negli States non lasciavano molto spazio di manovra o interpretazione, tanto che Djokovic già da un mese ormai è concentrato solo ed esclusivamente sull’ultimo scorcio di stagione, quello che lo vedrà impegnato prima in Davis Cup e Laver Cup, poi sui campi asiatici prima e infine a Parigi-Bercy, con il vivo pensiero di puntare a conquistare i punti necessari per prendere parte alle ATP Finals di Torino.
Dove una sua assenza farebbe parecchio rumore, poiché non sarebbe (almeno ad oggi) giustificata da infortuni ma solamente da scelte indipendenti da aspetti legati alla giurisdizione ATP. Djokovic si ritroverebbe escluso non per demeriti, ma per aver semplicemente espresso una propria opinione su una questione che ha diviso il mondo, ma che ha finito per far male anche a certi ambienti che evidentemente non hanno tenuto conto delle possibili conseguenze.
QUANDO LA POLITICA SI FA BELLA CON LO SPORT
Nole la sua scelta l’ha fatta e l’ha difesa anche a fronte di una situazione che di fatto gli negherà l’opportunità di competere per quel titolo che lo scorso anno gli è sfuggito a un passo dal trionfo (la finale persa con Medvedev gli è costata il grand slam 2021 dopo le vittorie ottenute a Melborune, Parigi e Wimbledon).
Se però in Australia a gennaio la vicenda della mancata partecipazione del serbo al primo slam stagionale aveva assunto i contorni di una farsa, con Djokovic costretto a restare chiuso in un albergo in attesa che il governo australiano si pronunciasse sulla sua richiesta di ingresso nel paese, stavolta il quadro appare notevolmente differente: il Covid rimane un problema a livello mondiale, ma a distanza di 8 mesi dai fatti accaduti a Melbourne il quadro è ben diverso, con la popolazione mondiale entrata finalmente nella fase di coesistenza col virus.
Se anche un paese come gli USA non consente a un atleta professionista del calibro di Djokovic di entrare nel paese, allora la sensazione è che una parte del pianeta non abbia ancora ben compreso il cambio di prospettiva che ha interessato il resto del globo nelle ultime settimane. E quasi la decisione appare una volta di più politica, con la volontà di “sfruttare” l’immagine di Novak per mandare un segnale forte (ma nei confronti di chi?) e al tempo stesso colpire senza volerlo (o con cognizione di causa) il mondo del tennis.
Perché gli US Open senza Djokovic non saranno mai la stessa cosa, e strada facendo ce se ne renderà meglio conto se anche altri big come Nadal (che potrebbe addirittura saltare il torneo per stare vicino alla moglie Xisca, in dolce attesa ma ricoverata per complicazioni) o Medvedev dovessero uscire anzitempo. A Cincinnati gli ascolti sono calati proprio in virtù delle tante cadute eccellenti, e a Flushing Meadows il rischio è di ritrovarsi ancora con un copione simile: può permetterselo il mondo ATP, apparentemente dorato ma mai così tanto politicamente corretto?
(Credits: Getty Images)
