STEFAN EDBERG, LO SVEDESE ELEGANTE ANTESIGNANO DI FEDERER

STEFAN EDBERG, LO SVEDESE ELEGANTE ANTESIGNANO DI FEDERER

STEFAN EDBERG, LO SVEDESE ELEGANTE ANTESIGNANO DI FEDERER

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Uno svedese dagli occhi di ghiaccio, ma dal cuore caldo come si addice ai veri campioni. Schiera nella quale certamente Stefan Edberg merita di essere annoverato, e non soltanto perché la bacheca di famiglia è piena zeppa di trofei. Un fuoriclasse della racchetta, ma anche e soprattutto un uomo tutto d’un pezzo, l’antesignano perfetto di ciò che diventerà una decina d’anni più tardi Roger Federer, del quale peraltro per un periodo è stato anche l’allenatore. Elegante e munifico, Edberg ha segnato un’epoca d’oro per il tennis mondiale, proponendosi come l’esatto contrario di ciò che era Boris Becker, non a caso definitivo il suo rivale più grande. Li dividevano modi e approcci, ma è impossibile non pensare quanto l’uno senza l’altro avrebbe visto venir meno una parte fondamentale del suo essere tennista a 360 gradi. Lo svedese è stato soprattutto un perfetto testimonial di correttezza e fair play, tanto da ricevere la scorsa estate il premio “Fair Play Menarini” come ambasciatore dei valori dello sport. Ma è stato anche un signor giocatore, col cruccio di aver appeso la racchetta al chiodo presto, a soli 30 anni, quando ammise di aver perso la voglia di giocare e di faticare a tenere il passo con la nuova ondata di giocatori (specie statunitensi) che dominavano il circuito.

FENOMENO DA JUNIORES, FENOMENO AL DEBUTTO NEI PRO

In fondo erano passati già 13 anni da quando, era il 1983, irruppe come un alieno sul suolo del circuito juniores. Un anno meraviglioso per il giovane Stefan, capace di portare a casa tutti e quattro i tornei dello slam (nessuno prima di lui c’era mai riuscito). E l’anno dopo a Los Angeles, quando il tennis si presentò sull’altare dei Giochi Olimpici come sport dimostrativo, non si fece scappare l’opportunità di mettersi al collo la medaglia d’oro. Era chiaro a tutti che quel giovanotto originario di Vastervik, contea di Kalmar, avrebbe potuto rappresentare un degno erede di Bjorn Borg: la prima vittoria in un torneo ATP (Milano 1984, batté in finale il connazionale Mats Wilander) lo rivelò una volta di più agli occhi degli addetti ai lavori, che capirono meglio il concetto nel gennaio del 1985, quando ancora una volta battendo l’amico Mats conquistò il primo titolo dello slam, naturalmente nella lontana ma fortunata terra d’Australia, che all’epoca proponeva ancora una superficie in erba (il cemento sarebbe comparso nel 1988). Di quell’edizione, memorabile fu però soprattutto la semifinale contro Ivan Lendl, vinta per 9-7 al quinto set dopo un’interminabile maratona senza respiro. Il modo di giocare di Edberg era abbastanza anticonformista per il periodo: si distaccava da quello di Borg, che prediligeva gli scambi da fondo campo, riproponendo una versione rivisitata del serve & volley di un tempo, scendendo a rete e giocando spesso con il rovescio a una sola mano. Un metodo differente, ma non per questo meno vincente.

LE SFIDE (EPICHE) A WIMBLEDON CON BECKER

Negli anni ’80 il tennis svedese era ancora all’apice: arrivarono infatti Coppe Davis in serie, e il giovane Stefan non perse occasione per far parte dell’invincibile armata scandinava. Forte in singolare, ma capace di regalare spettacolo e vittorie anche in doppio (è il solo giocatore al mondo assieme a McEnroe ad essere stato numero 1 al mondo sia in singolare che in doppio), sul finire del decennio Edberg diventa una macchina da titoli: a 20 anni ha già vinto almeno un torneo su tutte le superfici, a 21 si era imposto di nuovo agli Australian Open, a 22 finalmente trovò il modo per mettere le mani sul torneo più agognato, cioè Wimbledon, superando in finale Boris Becker. Ormai era un talento affermato e rispettato, anche se prima di vivere il momento di massimo splendore dovrà passare per un 1989 sportivamente drammatico. La classica annata maledetta: un infortunio lo mise fuori causa in Australia, poi al Roland Garros la tavola pareva apparecchiata per centrare lo slam più complicato, quello sulla terra rossa. Edberg arrivò a grandi falcate in finale, dove avanti per 2-1 e con un break di vantaggio contro il giovanissimo Michael Chang sprecò altre 10 palle break e riuscì incredibilmente a farsi sfilare da sotto il naso il torneo parigino, dove non riuscirà più a centrare la finale (resterà l’unico slam mancante nella sua bacheca). A Wimbledon, poi, Becker si prenderà la rivincita. La vittoria nel Masters di fine anno è poco consolatoria, ma è il segnale di una riscossa che nel biennio successivo non tarderà a venire.

ALLA CONQUISTA DI FLUSHING MEADOWS

Perché l’inizio degli anni ’90 mostra al mondo il miglior Edberg di sempre. Sicuro di sé, stilisticamente perfetto e capace di grandi prestazioni, lo svedese tornò a riprendersi la corona di Wimbledon nel 1990 annichilendo Becker, e due mesi più tardi conquistò la prima posizione nel ranking ATP dopo un’estate di successi in territorio americano. Lo US Open però continuava a creargli problemi e l’eliminazione al primo turno contro Volkov fu una sorpresa negativa. Edberg però chiuse l’anno da numero 1 e nel 1991 si ripresentò ancora in grande spolvero, pur uscendo in semifinale sia in Australia che a Wimbledon. Ma l’obiettivo dichiarato di stagione, ovvero mettere le mani su Flushing Meadows, stavolta non venne mancato: giocando per sua stessa ammissione il miglior tennis in carriera, Stefan conquistò lo slam newyorchese battendo in finale Jim Courier in tre set. Courier si sarebbe rifatto pochi mesi dopo agli Australian Open, ma il 1992 di Edberg avrebbe comunque contemplato il bis agli US Open, impreziosito dalla semifinale con Chang che è ancora oggi il match più lungo mai disputato a New York (5 ore e 26 minuti). Sarà quello l’ultimo slam vinto in carriera, non l’ultima finale perché nel 1993 sempre a Melbourne e sempre contro Courier arriverà un altro ko.

IL RAPIDO DECLINO, L’ULTIMA GIOIA IN DOPPIO

A 27 anni il fisico di Stefan cominciò a mandargli segnali, ma forse qualcosa si inceppò nella mente. Vincendo solamente un torneo sulla terra di Madrid, lo svedese fece capire di essere in parabola discendente. Nel 1994 gioirà ancora per una vittoria in Coppa Davis, mettendo in bacheca altri tre titoli (il 250 in Qatar e i 500 di Stoccarda e Washington). L’ultimo titolo in carriera, nel gennaio del 1995, lo vincerà ancora in Qatar. Già in quell’anno l’idea del ritiro cominciò a serpeggiare nella testa di Edberg, che annunciò di voler chiudere col tennis professionistico alla fine del 1996. Come regalo d’addio si concesse una vittoria in doppio agli US Open (con Petr Korda), cedendo poi sul più bello nella finale di Davis contro la Francia (che aveva eliminato in semifinale l’Italia). Ogni torneo al quale partecipò nel 1996 gli tributò un’ovazione e un commosso saluto. Particolarmente toccante quello del Queen’s, dove si ritrovò in finale (l’ultima in singolare), cedendo in due set a Becker. A 30 anni disse basta, restando però un icona di stile e di rispetto, e diradando poi le apparizioni in pubblico. Ma restando ben impresso nel cuore degli appassionati, privati troppo presto della bellezza del suo gioco.

(Credits: Getty Image)

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