Federer, l’ultimo mito

Federer, l’ultimo mito

Federer, l’ultimo mito

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Siamo in dieci davanti ad una televisione che trasmette la finale di Wimbledon. Il punteggio è sul 40-30, matchpoint per Federer e dietro di me una ragazza ogni tanto chiede qualche delucidazione sulle regole. Non coglie il motivo per cui un punto viene quantificato come 15, poi 30 ecc… e quando accenniamo ad un origine medioevale e ad un orologio particolare che sul campo probabilmente scandiva il punteggio, ci rinuncia.
Ad ogni modo Roger si appresta a servire: alza la palla e fa il movimento a campana per chiudere definitivamente il match. Non ci dà tempo nemmeno di emozionarci perché realizza un ace che spiazza lo sfortunato Cilic.

Esultiamo tutti all’unisono, con un cinque, qualche urletto e un “grande Roger!”, seguiamo anche la premiazione e ce ne andiamo soddisfatti.
A 35, quasi 36 anni non esattamente suonati è l’ottava volta che vince Wimbledon, il 19° Grande Slam della sua carriera, il 93° torneo che conquista.
Ho ascoltato con una forma di compiacimento, un senso di orgoglio razionalmente ingiustificato, tutte le ammirate osservazioni sulla sua grandezza e continuo a non stancarmi di essere felice per la sua storia.

In un mondo sportivo oltraggiato dai suoi stessi protagonisti, capaci di essere grandi per un periodo e poi inabissarsi in problemi di droga, alcool o altro. Un epoca che ha pochi punti di riferimento in ogni campo, non solo sportivo, nessun modello da seguire e che ha invece quest’uomo gentile e si comporta come se il mondo fosse un posto migliore.
Roger Federer è bello da vedere, elegante in ogni gesto in campo e fuori e non ha mai comportamenti fuori posto. Il tennis è uno sport che esaurisce mentalmente, costringe ad affrontare i propri limiti, ti mette in una scena in cui resti solo e da solo devi risolvere i tuoi problemi. Abbiamo visto tennisti che urlano, strepitano, litigano ma non in modo rock come McEnroe o in modo bullesco come Connors. Nel basket i fuoriclasse sembrano cantanti rap, nel calcio si conciano in modo spesso volgare, Federer al contrario mantiene un contatto diretto con se stesso, non fa il personaggio, mostra la sua vulnerabilità e piange per la gioia. È un uomo che si segnala tra gli altri perché incarna valori che sembrano persi in questo tempo. Ha una moglie e tre figli, legato alla famiglia, è generoso e la sua ricchezza non infastidisce perché ben portata. È l’ultimo mito, un uomo vero prima dello sportivo, dell’uomo copertina e incarna valori che in precedenza altri sembravano possedere. Borg era altrettanto regale ma interiormente fragile, Sampras con una classe immensa ma introverso e poco espressivo.
Quattro anni fa sentivo con sofferenza commentatori che lo declassavano dal ruolo di tennista più grande di sempre, mettevano in dubbio la sua effettiva qualità rispetto ai grandi del passato, persino del presente e ne salutavano l’addio imminente.

Era frustrante sapere che da un momento all’altro avrebbe ceduto il passo con la pattuglia dei critici alle spalle che lo ridimensionava, smussandone la grandezza mentre Nadal era considerato da qualcuno più forte. Roger Federer invece ha proseguito e si è messo realmente e non a parole, in discussione. Ha cambiato racchetta, gioco e allenatori (da Edberg a Liubicic) e ha migliorato il suo gioco in modo impressionante, tenendo conto anche dei suoi anni e un fisico meno esplosivo.

Ha dato a tutti un esempio pratico di come nella vita il vero modo per restare giovani sia quello di migliorare come uomo e professionista.
Progredire, cambiare e alla fine dimostrare gli effetti di una rivoluzione interiore.

Per questo Federer è un mito, l’ultimo rimasto. Godiamocelo finché dura.

(Credits: La Presse)

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Lapo De Carlo Giornalista, conduttore televisivo, radiofonico e direttore dell’emittente Radio Milan Inter è anche esperto di conduzione e comunicazione. Dalla... VAI ALLA PAGINA AUTORE

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