LA SECONDA ITALVOLLEY DI ANASTASI E IL SOGNO OLIMPICO

LA SECONDA ITALVOLLEY DI ANASTASI E IL SOGNO OLIMPICO

LA SECONDA ITALVOLLEY DI ANASTASI E IL SOGNO OLIMPICO

2
0

L’ultima volta che prese posto sulla panchina azzurra, di fronte c’era una selezione di All Star del miglior campionato del mondo. Perché la Superlega di volley, a inizio millennio, è una straordinaria vetrina di campioni, e Andrea Anastasi sa bene che affrontarli con i suoi ragazzi non sarà impresa semplice. Quando 5 anni dopo quella scena si ripete, gli avversari dall’altra parte della rete sono un po’ meno ostici, ma pur sempre di livello. Velatamente, ma non troppo, il coach ribadisce un concetto già abbondantemente sviscerato qualche giorno prima nella conferenza stampa che salutava il suo ritorno sulla panchina della nazionale:

“Il livello non è più quello di una decina di anni fa, sia della nostra selezione che del campionato in generale. Ci siamo imborghesiti, ma abbiamo le carte in regola per ritrovare la via maestra”.

In realtà in quelle parole c’era già tutto un bel condensato di ciò che avrebbero raccontato i successivi tre anni di storia della pallavolo italiana. La seconda era Anastasi era appena agli inizi, ma l’andazzo era ben chiaro a tutti.

UNA RICOSTRUZIONE PIÙ FATICOSA DEL PREVISTO

Perché quando il 22 ottobre 2007 il “Nano”, affettuoso soprannome coniato per quel giocatore alto “appena” 183 centimetri (nel volley, in effetti, sono un po’ pochini, vista la media dei colleghi…), decise che era giunto il momento di riprendere il filo interrotto alla fine del 2002, le premesse erano alte, ma nemmeno troppo. Era ben evidente come l’Italvolley non fosse più quella che nel decennio precedente aveva fatto incetta di titoli europei e mondiali, oltre che di rimpianti a cinque cerchi. Una selezione che stava attraversando una fase interlocutoria, un ricambio generazionale fatto di nostalgici dei bei tempi andati (l’ultimo trionfo era datato 2005 negli europei disputati a Roma) e di una nuova nidiata di ragazzi che pure, rispetto alla precedente ondata, non offriva le medesime garanzie in termini di qualità e quantità. Anastasi mise subito le cose in chiaro: il volley italiano era in crisi, serviva rimboccarsi le maniche, anche perché all’estero la concorrenza era aumentata considerevolmente. L’aveva dimostrato lui stesso, capace giusto pochi mesi prima di stupire il continente vincendo l’oro ai campionati europei sulla panchina della Spagna, che in quegli anni era certamente una potenza in ambito sportivo, ma che mai prima di allora aveva conquistato un titolo tanto importante nella pallavolo (e mai più l’avrebbe riconquistato: da un decennio è completamente fuori dall’elite mondiale). La federvolley, che l’avevo silurato nel dicembre del 2002 dopo un quadriennio fatto di un oro e un argento europei, un bronzo olimpico e due vittorie nella World League, vista la portata di quell’impresa si affrettò a riportarlo alla base per provare a dare l’assalto all’agognato oro olimpico in vista dei giochi di Pechino. La qualificazione non fu né semplice e tantomeno scontata, arpionata a un paio di mesi dai giochi nel pre-olimpico di Tokyo. La gara inaugurale fu il manifesto di quel periodo storico attraversato dalla pallavolo italiana: sotto 2-1 contro il Giappone e costretta a rincorrere sul 17-24 nel quarto set, l’Italia annullò 11 match point andando a imporsi per 35-33 nel parziale per poi vincere nettamente al tiebreak.

LE MEDAGLIE DI LEGNO DI PECHINO E ROMA

Quella partita rese l’idea di quanto la nazionale del 2008 fosse una squadra che non mollava mai, neppure nei momenti di maggiore difficoltà, e fu uno dei segreti che la spinse inaspettatamente in zona medaglie. Anastasi in Cina presentò una rosa abbastanza variegata, con gente d’esperienza come Mastrangelo, Meoni, Corsano, Cisolla, Zlataov, Bovolenta, Vermiglio e il redivivo Fei, più il baby Birarelli in rampa di lancio. Le ambizioni azzurre lievitarono di partita in partita: il successo nei quarti contro la Polonia consentì a capitan Cisolla e compagni di approdare in zona medaglie, ma la semifinale contro il Brasile (che già aveva battuto gli azzurri nella finale di Atene 2004) si rivelò un ostacolo insormontabile. E così anche la finale per il bronzo, vinta dalla Russia con un netto 3-0. La mancata medaglia olimpica segnò un punto di non ritorno, nonché l’avvisaglia di un altro periodo piuttosto complicato: il decimo posto raccolto negli europei del 2009 testimoniò le difficoltà di una squadra che faticava a imporsi al cospetto delle nazionali rivali, col “Nano” che a sua volta intuì che non c’era materiale di valore dal quale poter attingere. Ciò nonostante la federazione gli rinnovò la fiducia in vista dell’appuntamento con i mondiali casalinghi del 2010, con un gruppo rinnovato e non caricato di eccessive pressioni. L’aria di casa produsse effetti benefici, tanto che tra prima fase e quarti di finale gli azzurri furono l’unica squadra capace di vincere tutte le partite. In semifinale però, come già successo due anni prima a Pechino, arrivò inesorabile il disco rosso: il solito Brasile s’impose per 3-1 estromettendo l’Italia dalla finale per loro, relegandola alla finalina per il bronzo che pure vide spuntarla la Serbia per 3-1. Ancora una volta Anastasi dovette accontentarsi di una medaglia di legno, e quel quarto posto segnò la fine della sua seconda avventura azzurra. Nel suo futuro ci sarebbe stata un’altra panchina continentale, quella della Polonia, paese che lo adotterà e dove continua ad allenare ancora oggi nelle squadre di club con risultati più che lusinghieri.

(Credits: Getty Image)

(2)

Redazione Redazione SNAI Sportnews che tratta tutti gli sport, con le quote, presenti sul sito snai.it... VAI ALLA PAGINA AUTORE